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Il canto del cigno dello squalo bianco

Con somma tristezza mi accingo a recensire quello che a tutti gli effetti sarà il canto del cigno di una band i cui 20 anni di onorata militanza in campo hard rock hanno rappresentato un raro esempio di coerenza artistica e solidità di ideali. Passati più o meno indenni attraverso gli sconvolgimenti della tempesta grunge prima, e del fenomeno “nu” poi, Jack Russell e soci hanno offerto al mondo del rock sempre e solo quello che meglio gli riusciva: sano ed onesto hard rock a tinte blues, grazie ad una serie impressionante di dischi che pur nella loro basicità hanno sempre garantito qualità e divertimento, un binomio che sempre più raramente riscontriamo nelle release degli ultimi anni. “The Final Cuts” è il capitolo discografico finale dello Squalo Bianco, un album di cover con cui la band “salutes the great artists”, come citato nella inner cover del CD. Si parte con “Love Removal Machine” dei Cult, forse il brano meno riuscito del lotto, cui segue un’infuocata rilettura di “Again And Again” degli inossidabili Status Quo. “Down At The Doctors” dei Dr. Feelgod precede l’immortale “Sin City”, cavallo di battaglia di Angus Young e compagni: Russell magari non riuscirà ad esprimere la stessa viziosità che Bon Scott era riuscito ad infondere a quel brano, ma l’interpretazione che ne è uscita lascia poco spazio ai commenti. Non potevano mancare ne i Rolling Stones, dei quali viene ripresa “Bitches And Other Women”, ne il buon Bob Dylan e la sua bellissima “Tangled Up In Blue”, qui riproposta in una versione da brividi. Doveroso poi un tributo ai padri putativi del genere: imperdibile “Fire And Water” dei Free, semplicemente commovente “Ready For Love” dei Bad Company, che non mancherà di straziere i cuori degli ultratrentenni. Viene poi il turno dei Badfinger e della loro “No Matter What”, subito seguita da una sorprendente “Ain’t No Way To Treat A Lady”, a suo tempo resa mitica dai Q5 di Floyd Rose (sfido chiunque a ricordarseli…): spettacolare! A chiudere questo amorevole tributo e, nel contempo, la carriera discografica dei Great White, troviamo “Lady Love” di Robin Trower ed una intensissima “Burning House Of Love”, dei misconosciuti (anche per il sottoscritto) John Doe ed Exene Cervenka. In definitiva ci troviamo per le mani un disco magari non fondamentale, ma che farà la gioia di un pubblico “adulto”, se mi è concesso utilizzare questo termine. Un disco con il quale ci accomiatiamo dai Great White, ai quali va un personalissimo grazie per 20 anni di grande, grande musica.

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