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  • Gregorian: The Dark Side

    Gregorian

    Data di uscita: 02-12-2004

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Il canto gregoriano del Pop

Frank Peterson è stato sin dagli anni Ottanta un musicista eclettico e votato a moderate e classiche sperimentazioni. Nei credits di molti dischi dell’epoca appare con pseudonimi talvolta irriconoscibili. Frank Peterson altri non è che F. Gregorian degli Enigma, o colui che ha portato Sarah Brightman al successo con un album come “Dive”. Gregorian è il suo percorso, giunto con “The Dark Side” al quinto episodio, di rilettura e traduzione delle canzoni pop-rock moderne e contemporanee più famose in chiave simil-orchestrale con canto gregoriano. La sfida consiste proprio nel prendere brani che poco hanno a che spartire con tale stile, e mettere in luce qualità diverse rispetto a quelle evidenti delle originali, dimostrando quanto varia sia l’evocatività di una canzone attraverso differenti arrangiamenti.
Un esempio immediato lo troviamo nella opener del disco, “Hurt” dei Nine Inch Nails, brano rispolverato già da Johnny Cash l’anno scorso. Uno dei grossi meriti dell’originale era il suo minimalismo altamente espressivo; nelle linee vocali spesso sussurrate c’erano lievi accenni di modulazione, Trent Reznor in particolare l’aveva cantata quasi in presa diretta lasciando le emozioni regolare in modo asimmetrico le tonalità. All’ascoltatore era lasciata la possibilità di viverla e interpretarla per come la percepiva. Quest’ambiguità espressiva Johnny Cash non l’aveva colta, trasformando il pezzo in un qualcosa di nettamente personale. I Gregorian, con notevole spirito germanico, ne fanno invece una cosa magniloquente, oggettiva, con suoni limpidissimi di piano e orchestra. E senza le interferenze, i rumori e i disturbi della “broken machine” umana dipinta in “The Downward Spiral”. Le linee vocali sono scandite in modo chiaro e pulito, evidenziando appieno l’armonia tra queste e le melodie dei vari strumenti. È chiaramente un mezzo per rivalutare il valore artistico di questo capolavoro, senza porsi fastidiosamente in paragone con la canzone di partenza. Ed è qui il segreto dei Gregorian; l’identità del sound di questo progetto è fortemente caratterizzata, con un proprio vocabolario musicale. E di conseguenza, le cover dei Gregorian suonano come canzoni nuove basate su spartiti esistenti.[PAGEBREAK]Ci sono brani che più marcatamente sembrano fatti apposta per una versione “Gregoriana”, come la intimistica pop-ballad evanescen-te “My Immortal”, resa più solenne dai timbri vocali privi di flessioni e sfumature. O come “Ave Satani” di Jerry Goldsmith, qui resa più dinamica dall’uso di chitarra e basso elettrici ma che rispetta in pieno la deforme regolarità del celebre inno di Damien con gli ottimi intrecci di voci operistiche maschili e femminili. Ad accompagnare questo mood vi sono due inediti composti dal gruppo stesso (che vede oltre a Frank Peterson anche Michael Soltau e Chiara Ferraù), la tragica “Unbeliever” e la solenne “Gregorian Anthem”. Le vere sfide, invece, sono brani dalla storia sicuramente particolare ma dal background distante anni luce da qualsiasi impostazione classica. Gli Aphrodite’s Child, per esempio, qui rappresentati dal brano “The Four Horsemen”, tratto dall’album che all’alba del 1972 destò strane controversie, oggi risibili, ovvero “666″. Il gruppo di Peterson trasforma la canzone stile 70s rock in una cavalcata epica. Mentre “The Raven” dell’Alan Parsons Project viene esaltata con piano e tastiere per i suoi giochi di variazioni sul tema principale. Dalle “Murder Ballads” di Nick Cave emerge una “Where The Wild Roses Grow”, che rimane poetica ma che accentua la drammaticità della storia grazie al buon cantato femminile che fa tranquillamente le veci di Kylie Minogue. Mentre dal mondo delle colonne sonore i Gregorian attingono “Uninvited” di Alanis Morissette dalla “City Of Angels” OST, e ricreano quell’alone di surreale sbigottimento del lento film di Brad Silberling. “More” dei Sister Of Mercy non poteva non essere ritratta nel suo dinamismo e nella sua pesantezza, che porta i Gregorian quasi a spersonalizzarsi, imbracciando chitarre elettriche e seguendo i ritmi sostenuti dell’originale. Sul finale, invece, le vere perplessità: ma mentre per “The End” dei Doors si tratta solo di pregiudizi da abbattere, poiché ancora un godibile sottofondo per posti o momenti particolari tanto quanto potrebbe essere una canzone degli Arcana, per “In The Shadows” dei finlandesi The Rasmus non c’è proprio speranza. È la canzone a non funzionare, e il suo ritornello che non riuscirà, almeno con certi palati musicali, a piacere in alcun modo.
Se ammirate i pezzi succitati, se ne desiderate un tratto estetico differente che metta in risalto le linee melodiche, una lettura comunque curata e ben adattata che vi permetterà di concedervi qualche ora su musiche conosciute e sui ricordi associati ad esse, regalatevelo per Natale. Sarà un bell’esperimento e, alla fine, un ascolto di notevole gradimento che merita la sospensione di giudizio del purista in cambio di una concessione interpretativa. Frank Peterson sa quello che fa.

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