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Gretchen goes to Milan

Se la strada del successo potesse essere spianata solo con il talento, la professionalità, la consistenza, la coerenza e la perseveranza, questa sera i King’s X suonerebbero a San Siro per promuovere un album dalle vendite multimilionarie.
Purtroppo viviamo in un mondo in cui le caratteristiche di cui sopra al massimo ti fanno diventare una band di culto, che poi è un modo gentile per dirti che sarai anche bravo ma a comprare i tuoi dischi sono sempre i soliti quindici fan. Ed infatti questa sera per ammirare il trio texano non è sufficiente arrivare al Meazza. Occorre fare qualche chilometro in più, inoltrarsi nei meandri dell’estrema periferia milanese ed adattarsi alle proporzioni diminutive dello Zoe Club.

Con sorpresa e malcelata soddisfazione notiamo che l’evento ha richiamato ben più dei summenzionati quindici fan: attorno al minuscolo stage dello Zoe troviamo assiepati un paio di centinaia di entusiasti quarantenni prontissimi ad accogliere la seconda apparizione live dei King’s X in Italia. Sono da poco passate le 21:00 quando le luci si spengono ed una breve intro accompagna l’entrata in scena del power trio americano: è un solenne welcome to the first Church of Rock’n Roll quello con cui Doug Pinnick si presenta sul palco, prima di investire l’audience con il riff assassino di “Groove Machine”. Il muro di suono generato dai tre è devastante, non tanto in termini di potenza quanto di amalgama e compattezza: se i Living Colour suonassero come i Rush, dovrebbero cambiare il proprio nome in King’s X.

Con “Alright” si celebra l’uscita del recente “XV” ma è grazie all’incedere ipnotico di “Pleiades” che l’emozione comincia a farsi strada sui volti di un pubblico a cui la band offrirà l’impeccabile spaccato di una carriera ventennale, ripercorrendo senza soluzione di continuità le tappe fondamentali della propria discografia. Tante luci e nessuna ombra, ma come non citare “What Is This”, “Lost In Germany”, “Over My Head” tra i momenti di maggior pathos? Dietro ai tamburi Gerry Gaskill coadiuva il basso di Pinnick nella stesura di un tappeto ritmico ricco di sfumature e dal groove avvolgente, su cui si intarsia la splendida chitarra di Ty Tabor. I nuovi brani si insinuano tra i classici, e tra una “Black Flag” ed una “Summerland” spuntano “Pray” e “Go Tell Somebody” (if you like what you hear). L’hard rock vira verso il post-grunge, tinte psichedeliche colorano echi modern, un pizzico di stoner contamina il progressive, l’introspezione s’impossessa del rock’n roll: questi sono i King’s X, una delle formazioni più sottovalutate attualmente in circolazione.

Sulle note finali di “Visions” la band si accommiata dal palco ma non dal suo pubblico: Pinnick annuncia che nel giro di un paio di minuti tutti e tre raggiungeranno il banchetto del merchandise per darsi in pasto ai propri sostenitori. Detto, fatto. Chissenefrega della doccia post-concerto, prima vengono i fan, che in pochi secondi mettono sotto assedio il trio e, per dirla tutta, anche il merchandise. Da consumati professionisti, nonostante l’ora e tre quarti di show, il gruppo si mostra rilassato, prodigo di sorrisi e pronto a dispensare autografi. Si mette in posa per le foto, ringrazia umilmente per i complimenti conversando amabilmente con quei fan che, abbandonato qualsiasi ritegno, sfoderano un atroce inglese maccheronico. Abbiamo visto quarantenni abbracciare Pinnick e ricordargli di quel concerto ad Amburgo nel 1989, sventolandogli davanti agli occhi il vinile vintage di “Out Of The Silent Planet”, sottolineando orgogliosamente che si tratta di una mitica stampa originale Megaforce. Abbiamo visto che dietro agli artisti, ogni tanto, ci sono anche degli uomini. Non siete venuti? Peggio per voi.

Groove Machine
Alright
Pleaides
Move
What Is This
Lost In Germany
Black Flag
Pray
Dogman
Go Tell Somebody
Julie
Looking For Love
Summerland
Over My Head
It’s Love
We Were Born To Be Loved
Visions

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