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Il Grinch | Incontro con Alessandro Gassman

È stato presentato a Roma in anteprima “Il Grinch”, il nuovo film d’animazione della Illumination, la casa di produzione della serie di “Cattivissimo me”, dei “Minions” e “Sing”.

A dar voce alla versione cartoon originale del cittadino più verde e scorbutico che ci sia, Benedict Cumberbatch, che nel nostro Paese è stato sostituito da Alessandro Gassman, presente all’incontro con la stampa in occasione della promozione del film. Nel cast dei doppiatori d’oltre oceano, spiccano Angela Lansbury e Pharrel Williams. L’uscita nelle nostre sale è prevista per il 29 novembre.

La parola a Gassman.

Che tipo di esperienza è stata per te far parlare personalmente un tipo come il Grinch?

Ho imparato tanto. È stato un impegno prestare la voce ad un personaggio così, anche se è d’animazione, perché si tratta comunque di un’interpretazione vera e propria, e la costruzione è esattamente come quella di un film con attori in carne ed ossa. Inoltre avevo in cuffia la voce di Benedict Cumberbatch, quindi un esempio di una certa portata, ma parlando un’altra lingua ho dovuto fare un nuovo lavoro, tutto mio. Non avevo mai avuto un’esperienza di doppiaggio di questo genere prima, e sono molto contento di averla vissuta, è stata una lezione per me.

Essendo principalmente attore e regista, come ti sei trovato a recitare solo con la voce?

Ho doppiato me stesso in passato e ho fatto piccoli lavori prima di questo e, naturalmente, uso degli espedienti, anche se non lo faccio di professione. Un trucco per me è quello di aiutarmi comunque con il corpo, e di assecondare il personaggio nei movimenti più che posso. Il doppiaggio è delicato, per farlo bene bisogna essere degli attori, nello specifico l’espressività del Grinch è perfetta, studiata nei minimi dettagli, specialmente in relazione agli altri personaggi. La guida di Benedict Cumberbatch è stata fondamentale.

Ci hai trascinato in un mondo fantastico. A te che effetto ha fatto immergerti nella città di Chinonsò?

Quello che ho amato tanto del personaggio del Grinch è che si tratta della storia di un diverso, nonostante l’ovattata atmosfera natalizia: dopotutto lui è verde, gli altri sono rosa. Ma la comunità lo accoglie facendogli capire che la sua diversità non esiste davvero. Io stesso mi sono emozionato, e spero che arrivi al pubblico. Del Grinch si vede fin dall’inizio che nasconde qualcosa dietro il suo essere così chiuso, e lo spettatore non vede l’ora di scoprirlo. Io parto sempre dal principio che non esistano storie di cattivi, quindi vale anche per il Grinch: è la rappresentazione di tutti noi. Il messaggio principale di questa storia è l’inclusione. In questo la grandezza degli americani è che, anche quando fanno prodotti artistici non propriamente seri, costruiscono comunque mondi meravigliosi, coinvolgenti, nei quali finisci per credere davvero, a maggior ragione quando ci sei dentro! Hanno una “percentuale di fanciullezza” che resta viva col passare degli anni, riescono nel contempo a far emozionare e divertire. Per quanti difetti abbiano, sono molto meno critici e credono davvero profondamente in quel che fanno, di qualunque cosa si tratti, fosse anche un cartone animato.

Qual è il tuo rapporto con i film d’animazione? Quali cartoni amavi da bambino?

L’animazione è spesso il mezzo migliore per trasmettere certi messaggi e raccontare certe storie. Da bambino vedevo i cartoni animati della mia generazione, era perciò la Disney ad imperare. Il mio preferito – non saprei neanche spiegare bene il perché – resta “Pomi d’ottone e manici di scopa”. Ogni notte sognavo di volare col mio letto. Oltretutto il fatto di aver avuto un padre doppiatore di Mufasa de “Il Re Leone” ha condizionato positivamente la mia percezione di quell’universo, specialmente per mio figlio che l’ha vissuto fin da bambino.

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