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Guarda e impala

Innanzitutto, le mie scuse: anche i recensori devono farsi due ore di macchina, cercare parcheggio, rifocillarsi e ripararsi dalla pioggia. Ed è per questo che non troverete, qui, nessun parere sui due gruppi che hanno preceduto l’esibizione dei Tame Impala allo Spaziale Festival di Torino. Parlo degli Orange e dei Movie Star Junkies, che hanno suonato troppo presto e sotto un clima troppo inclemente per le mie stanche ossa. Dei primi ho avuto soltanto modo di constatare che il cantante era il Nongiovane; dei secondi posso dire che sembravano piuttosto interessanti, a giudicare da quel che si sentiva dal baracchino dei panini.

Poi smette di pioggerellare, io inizio a usare i verbi al presente, e sul palco arrivano i Tame Impala. Ed è subito prepubescenza. La prima impressione è: questi si sono appena fatti accompagnare in macchina dal babbo. «Mi raccomando vedete di finire per mezzanotte che domani mi alzo presto». Ma quanto sono giovani i Tame Impala? È quasi imbarazzante stare in platea ad applaudirli. Dovrebbero essere LORO ad applaudire NOI, cazzo, non fosse altro per il fatto che noi abbiamo raggiunto quest’età e loro no. Dovrebbero applaudirci per rispetto. Capisci che nella scena indie c’è qualcosa che non va nel momento in cui inizi ad avere reazioni paterne verso il gruppo che sei andato a sentire: «Dovreste essere in camera a studiare, scapestrati!». Ma tant’è.

I primi minuti di concerto, ahimè, confermano l’impressione da saggio musicale di fine anno: i quattro australiani non sono propriamente animali da palco, sono a malapena dei cuccioli, e se ne stanno inchiodati al pavimento con gli occhi fissi sulla mano sinistra per assicurarsi di non sbagliare una nota. Suonano bene ma freddi, seguono con diligenza gli schemini che si sono appuntati nel cervello: «Intro (feedback), 4X giro lento, 4X giro veloce, ATTENZIONE CAMBIO TEMPO!, altri 4X giro lento». Eccetera. Vorresti ributtarli in acqua e tornare tra qualche anno. Questo, per i primi dieci minuti. Poi qualcosa cambia.

Cosa cambia? Non certo l’atteggiamento degli Impala, che restano lì (occhio che arriva) impalati, abbozzando giusto un grazie e un buonasera ogni tanto, un salutino con la mano. Ma la qualità della musica non si discute, e più passano i minuti, a Torino, più i riverberi australiani catturano e ipnotizzano, convincono e sorprendono, e le buone vibrazioni fanno il loro dovere, complice anche una scaletta che verso metà concerto infila tutti i pezzi migliori uno dopo l’altro. La cartuccia “Solitude Is Bliss” viene sparata quasi subito, il giro di basso di “It Is Not Meant To Be” rimbocca le coperte a mezzo Spazio 211, e “Desire Be Desire Go” capita a puntino nel momento di maggior intensità, strappando finalmente un applausone convinto anche ai vecchiacci più restii. Com’era prevedibile, poi, il dogma psichedelico impone lunghe digressioni tra una canzone e l’altra, intermezzi lisergici, riffettoni ripetuti ad infinitum: i Tame si applicano con interesse anche a questo compitino, infarcendo il loro live di cavalcate sempre molto “costruite”, mai veramente spontanee o liberatorie, ma non di rado efficaci. Dopo venticinque minuti non c’è in platea una testa che non oscilli. Che bisogno hai di fare le capriole sul palco o di gestire le folle come Freddie Mercury, quando hai in repertorio delle canzoni del genere e puoi fare il tuo porco lavoro semplicemente suonandole?

Sul resto c’è da lavorare, ovvio. Presenza scenica, spontaneità, sicurezza tecnica. Kevin Parker dialoga con la folla come un timido esaminando con il professore: «È la prima volta che veniamo in Italia. Ecco una nuova canzone, è la prima volta che la suoniamo in Italia». «Grazie al cazzo», grida una voce dal pubblico [la mia, NdA].

Eppure – che vi devo dire? – funzionano già. È un trip acerbo, ma non per questo non fa effetto. Quando questi quattro pischelli australiani avranno preso più confidenza con il palco e acquisito una maggior consapevolezza del loro talento, quando saranno capaci di abbandonarsi alla loro musica anziché tentare di costringerla nei loro schemini, io vorrò essere lì a sentirli. E anche adesso, dopo un concerto che si chiude con un prevedibile e un po’ rigido codazzone strumentale, a nessun torinese verrebbe in mente di ributtare in acqua i Tame Impala.

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