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  • Guns ‘N’ Roses: Chinese Democracy

    Guns ‘N’ Roses

    Data di uscita: 23-11-2008

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Un ragazzo (cresciuto) di nome Axl

Sono quasi 15 gli anni di attesa che hanno preceduto la pubblicazione di “Chinese Democracy”, nuovo album degli statunitensi Guns’n’Roses – monicker diventato ormai l’alter ego sic et simpliciter del signor Axl Rose, cantante, che oggi è l’unico superstite della band di “Paradise City” (o di “Don’t Cry”, se siete più romantici). Forse tanti, ormai, nemmeno pensavano più di riuscire ad ascoltare questo disco, che sembrava ogni giorno, a ogni nuovo annuncio di pubblicazione e a ogni posticipazione, sempre più lontano.

E invece eccolo qua. Che spiazza, ancora di più di quanto noi tutti (ingenui?) immaginavamo.
Perché “Chinese Democracy” è un disco che vede la luce nell’A.D. 2008 e non si sente fuori luogo, che si appropria di retrogusti mutuati dai tre decenni appena trascorsi (’70, ’80 e ’90) e che, in fin dei conti, delle chiome cotonate di “Welcome To The Jungle”, non ha pressoché più nulla. Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate. E in questo, tra l’altro, si spiegano anche parte degli avvicendamenti all’interno della formazione della band: a sentire i Velvet Revolver, si capisce quanto distante sia l’idea artistica tra Axl e Slash, senza che in realtà nessuno dei due possa, in fede, dire di avere ragione.

Ciò che questo album custodisce, tra armonie più complesse del solito, ambientazioni a tratti inusitate per quella che è un’hard rock band da 90 milioni di dischi venduti nel mondo, e che vorrà svelare a chi saprà cercare, è la sensibilità artistica, forse un po’ timorosa (visti gli anni d’assenza) ma apparentemente a briglia sciolta, di Axl Rose, che conferma le proprie doti di autore di livello assoluto, grazie a composizioni accattivanti e ben architettate, dimostrandosi anche quale interprete piacevolmente poliedrico ed espressivo.

Un’artista, insomma, che nella “solitudine” (virgolette d’obbligo) pare aver effettivamente raggiunto la maturità, eliminando tanti dei suoi eccessi, e che oggi sceglie vie d’espressione varie e diverse – ad iniziare dalle atmosfere moderne e infarcite di chitarre dal suono algido e cibernetico, più modernista che moderno, dell’efficace “Chinese Democracy” (come in “Schakler’s Revenge” o “Scraped”, se preferite), per proseguire con le ambientazioni più fruibili e solari, ma non banali, di “Better”, che sarà il secondo singolo del disco, arrivando infine alle melodie pop-oriented di “Street Of Dreams” (c’è chi l’ha accostata a “November Rain”, ma sa un po’ di forzatura) o di “Catcher In The Rye”.
[PAGEBREAK] I momenti più ambiziosi del disco sono però altrove, tra il Martin Luther King citato (e campionato) in “Madagascar” e le melodie toccanti, ad un passo dai temi da musical, di “This I Love” (quest’ultima, in effetti già acclamata negli internet forum dei G’n’R maniac).
Interessanti infine gli spunti elettronici che vengono disseminati lungo la durata del disco, e che fanno presagire un futuro ancor più ricco di simili esperimenti, tenuto conto che il signor Rose pare trovarsi piuttosto a suo agio in simili contesti: vedi “If The World”, ma anche le trame introverse e suggestive di “Sorry”.

Potremmo citare anche le collaborazioni qui presenti, o che avrebbero dovuto esserci, come quella di un certo Brian May, tagliata però fuori nel mix finale, per ragioni non meglio definite. Ma l’ex Skid Row Sebastian Bach, in “There Was A Time”, pezzo in cui si affacciano echi degli anni ’90, c’è davvero, anche se nel ruolo di corista d’eccezione.

“Chinese Democracy”, in definitiva, convince. Ma porrà tanti punti interrogativi da sciogliere a coloro che si aspettavano i Guns’n’Roses di “Appetite for Destruction”; anzi, disorienterà un po’ tutti quelli che semplicemente si aspettano i Guns’n’Roses e non un disco dalla belle speranze e con le carte in regola per fare la sua figura in questo 2008.

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