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Guts of punk darkness

“Turbonegro Must Be Destroyed”, niente di più adatto visto i tempi che corrono e le troppo zelanti giunte comunali del circondario. Perché, diciamolo, probabilmente il tasso di lascivia, morbosità, divertimento e oscurità che si portano dietro i norvegesi è ben superiore a quello di Marylin Manson, in qualsiasi circostanza. A maggior ragione, considerando che la tappa di Milano è il (nemmeno troppo) simbolico atto di rinascita del gruppo, dopo un forzato stop che sembrava aver messo la parola fine alle gesta dei Turbonegro e, dunque, del (ah-ah-ah) deathpunk.
Dunque bando alle poco nobili ciance, chè gli ormoni e il sudore esigono il loro giusto tributo.
La serata inizia pressappoco in sordina con i Division Of Laura Lee, gradevole gruppo di giovani svedesi alle prese con un suono fresco e diretto, ma particolarmente ricercato e dai connotati antichi. Lungi dall’essere solamente uno di quei gruppi che prendono alternativamente gli Stooges o gli MC5 a modello assoluto, propongono un’effervescente miscela di rockenrolle piuttosto interessante e gagliarda. Pur non essendo dunque particolarmenteoriginali, hanno una personalità interessante che fa loro dono di una qual certa psichedelia di fondo e un tocco da giovani emo-kids che tramuta il loro suono in una sottospecie di emo-rock n’ roll da dopopunk. Bravi a tenere il palco, hanno a mio parere solo bisogno di osare un poco di più.
Dopo, naturalmente, l’erezion… ehm, l’eccitazione, è alle stelle. Il locale freme, respira e singultisce come un organismo unico e senza requie. La calca si fa più densa e l’aria èpervasa da una rude elettricità.
È tempo che l’oscurità cali sui nostri esseri una volta ancora, tempo di ballare e lasciarsi andare all’antico rituale. Con una gioia selvaggia negli occhi, il desiderio di rapporti incestuosi, la voglia di assaggiare qualsiasi cosa venga portata alle tue labbra…

Delfini, pizza, schizzo-frenia, rabbia, elmetti, sono alcuni dei tanti elementi che vanno a comporre il divertentissimo mosaico dei Turbonegro, che si apre, giustamente, nel buio più totale, per poi deflagare nell’estasi della contemplazione di Hank Von Helvete, cantante e portatore del Verbo, come il più degenerato Lord Henry Wotton del globo. La musica è d-e-v-a-s-t-a-n-t-e, lo spirito urla tutta la sua rabbia, cercando nella frenesia della danza il senso del mondo. Seconda canzone, prima sorpresa: “Selfdestructo Bust “. La platea impazzisce, subendo. A seguire un concerto attentamente meditato, diviso tra vecchie reliquie e nuove tentazioni. Inutile dire che i pezzi tratti da “Apocalypse Dudes” e co. sono quelli che suscitano ululati più alti e sensuali; allo stesso tempo non da disdegnare nuovi numeri quali “Turbonegro Must Be Destroyed”, “Sell Your Body (To The Night)” – mooooooolto à la “Are You Ready (For Some Darkness)”, ma è un tributo esplicito – e “F**k The World (F.T.W.)”.
Nel mezzo, e tutt’intorno, Hank che parla dell’Euro, liberando nell’aria preziose banconote di marca, naturalmente, turboneger; Hank che domanda al pubblico se ama i Delfini; Hank che parla delle scimmie; Hank che si tocca; Hank che fa il personaggio gayo; Hank che si dimena, canta, balla, parla parla parla, Hank che; Hank che; Hank Hank Hank, sempre solo Hank. Ancora, una coppa piena di un liquido rosso sangue (dio solo sa cosa…) lanciato sulla propria persona e poi, su buona parte del pubblico delle prime file, con la successiva, divertentissima, trovata di tirare dei cuscini ricolmi di piume sul buon e festante gruppo di fan; con degno epilogo a base di un Transilvania ricolmo di piume, secondo solo alle suddette banconote (valore, uno zilione di dollari) cadute dal cielo.
Poi, solo la musica dei Turbonegro; con le loro scenette, le pose e l’immagine accattivante, sì, ma soprattutto con l’emozione che solo il divertimento più sincero sa donare.
ARE YOU READY? YES, I’M READY!!!!

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