Home > Recensioni > Gutter Twins: Saturnalia
  • Gutter Twins: Saturnalia

    Gutter Twins

    Loudvision:
    Lettori:

Delle fogne e del Paradiso

Il progetto Gutter Twins esiste dal lontano 2003. Coinvolge due tra i nomi più importanti dell’alternative rock americano degli anni ’90. Da una parte Greg Dulli, ex leader degli Afghan Whigs, ovvero il più blues dei gruppi legati in qualche modo al grunge. Dall’altra Mark Lanegan, grandi dischi con gli Screaming Trees, grandissimi dischi da solista, con un occhio alla tradizione cantautorale americana e l’altro alla bottiglia di whisky.
Facile aspettarsi faville da una collaborazione del genere, anche considerando le ultime, ottime uscite discografiche dei due.
E facile anche entusiasmarsi ad un primo ascolto di “Saturnalia”. Sulla scia della spiritualità da barbone ubriaco che ultimamente sembra aver fulminato Lanegan, gli “Everly Brothers satanici” hanno scritto un disco oscuro, denso come la pece ma non triste né disperato. “Saturnalia” è piuttosto intriso di un autentico spirito blues, nel senso primigenio di “nero triste e in catene che canta che ti passa”. Non può non venire in mente Tom Waits, ad esempio ascoltando “Seven Stories Underground”: “heaven it’s quite a climb”, canta Lanegan, riferimento al “we are all in the gutter, but some of us are looking at the stars” di oscarwildeiana memoria, frase-simbolo del progetto. “Saturnalia” è quindi un disco “tanto dello spirito quanto della carne”, come dice Dulli. E lo conferma anche la splendida copertina, sobborgo americano, cielo nero, case fatiscenti, sedie solitarie ad accrescere l’impatto.
Cosa si può chiedere di più ad un disco del genere? Be’, le canzoni. Tra riferimenti agli Screaming Trees (“Idle Hands”, nel riff si sentono anche gli AC/DC) e agli Afghan Whigs, qualche sprazzo del Lanegan solista sporcato di elettronica (“Each To Each”) e tanta, tanta America (“Bête Noire”), “Saturnalia” è una collezione di umori e r-umori a cui manca qualcosa per il salto di qualità definitivo.
Quel qualcosa si chiama innanzitutto “omogeneità”: in un disco così ricco di suggestioni diverse si rischia di perdere di vista Il Suono, scritto proprio così, con le maiuscole. E così, le canzoni prese singolarmente funzionano anche (magari non tutte), ma ascoltare il disco intero può diventare dispersivo, col rocchenroll a far capolino tra un electroblues e un po’ di psichedelia sparsa.
E quel qualcosa si chiama anche “canzone”: troppo facile affidarsi solo a due voci straordinarie e ad arrangiamenti vari e ricchissimi anche nel loro essere fintoroots/scarni/basilari. Perché quando le suddette due voci azzeccano la linea giusta c’è da urlare di gioia, quando si limitano a svolgere il compitino (ad esempio su “I Was In Love With You”) c’è da sbadigliare di noia. Un po’ meno di cura nel suono e un po’ più di spontaneità avrebbero giovato. Come avrebbe giovato evitare quei tremendi finali in fading…
Troppo severi? Be’, alcune cose sono indiscutibili. Innanzitutto, “Saturnalia” è un disco sincero e sentito, anche coi suoi difetti, e per questo va premiato. Non sarà un delitto se deciderete di comprarlo, anzi troverete più elementi di interesse qui che in un milione di altri progetti e progettini di superstar e starlette varie.
Altra cosa certa è che, dopo cinque anni di attesa, potevamo aspettarci un po’ di più. È anche per questo motivo che il voto lassù è così miserrimo e risicato, almeno per essere un disco a nome Lanegan/Dulli.
Morandi/Ruggeri/Tozzi cantavano… no, forse non è il caso di spingerci così in là nel citazionismo. Ma avete capito cosa intendiamo. Rimandati, in attesa di avere un disco intero a livello di “Circle The Fringes”.

Scroll To Top