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Gyllenhaal, Science Fiction & Rock ‘n roll

In occasione dell’uscita italiana di Source Code, opera seconda di Duncan Jones, già regista dell’acclamato “Moon”, incontriamo a Roma lui e l’attore protagonista del film, Jake Gyllenhaal.

Se accadesse come nel film e le rimanesse un solo minuto di vita, cosa farebbe Jake Gyllenhaal?
Jake Gyllenhaal:
Se l’ultimo minuto della mia vita fosse adesso di sicuro non risponderei alla domanda, ma proverei a chiamare la mia famiglia, che adesso sta dormendo, cercherei di svegliarmi e di farmici una risata insieme, perché credo sia con l’umorismo che si riesce ad uscire da qualsiasi cosa.
(E cercherei anche di trovare un piatto di pasta pronto da mangiare prima di andare via!!)

Duncan Jones, entrambi i suoi due film sembrano essere dominati dalle ossessioni per il tempo e per la claustrofobia, come nasce questa fascinazione?
Duncan Jones:
Diciamo che la claustrofobia, è stata una conseguenza della necessità, considerando che avevo solo 5 milioni per realizzare questo film ho preparato un piano di attacco che concentrasse tutte le mie necessità, dati gli esigui fondi che avevo a disposizione per realizzare “Moon” non potevo dipendere dalle condizioni metereologiche inglesi e quindi abbiamo girato interamente negli studi.
Nel caso di questa pellicola, infine, è stato Jake a presentarmi la sceneggiatura, sicuramente perché sia lui che i produttori hanno visto in essa qualcosa di congeniale al mio modo di fare cinema.

Moon, e anche Sourcecode, sono tra la migliore fantascienza che abbiamo visto negli ultimi anni, come riesce a differenziarsi dalla fantascienza cafone che viene prodotta negli ultimi anni ad Hollywood?
(Gyllenhaal gli si avvicina all’orecchio)
D.J.: mi è stato dato un suggerimento, questo è il migliore perché c’è Jake! …E per Moon abbiamo usato la tecnologia di Sourcecode per inserire Jake nel corpo di Sam Rockwell, ecco perché.
Quando realizzo i miei film, cerco sempre di concentrarmi sui personaggi, mi piace molto la Science Fiction e quella che preferisco è quella che si concentra sull’individuo; non è tanto il concetto della tecnologia ad interessarmi, quanto le persone che si trovano ad affrontare questo mondo e le situazioni che a noi possono sembrarci aliene e invece fanno parte del mondo che viviamo.

Quali cambiamenti sono stati apportati rispetto al soggetto originale di Ben Ripley?
D.J.:
Ben aveva buttato giù una serie di idee e di spunti che poi abbiamo accuratamente valutato. La cosa che mi ha affascinato di più è che sebbene la fantascienza fosse il fulcro del film, nel film c’erano anche tante altre cose: un thriller, un dramma a volte ironico, un action e una storia d’amore.
D’altra parte Ben Ripley ha un’ottima conoscenza della storia della fantascienza e tutte le idee hanno avuto un profondo rispetto di tutto l’universo sci-fi.

Quali difficoltà ha riscontrato Jake Gyllenhaal nell’interpretare questo personaggio?
J.G.:
Non ho trovato nulla di particolarmente difficile in questo ruolo, anzi, per me interpretarlo è stato molto divertente, in particolare quando ero nella capsula dato che Vera Farmiga io non l’ho vista mai! sentivo a malapena la sua voce, ero davanti ad uno schermo verde e parlavo e ho dovuto usare tutta la mia fantasia come i bambini quando parlano con gli oggetti.

Tra “Donnie Darko” “Prince of Persia” e “Source Code”, Jake Gyllenhaal sembra essersi abituato ad avere a che fare con i paradossi temporali…
J.G.:
Io credo che la questione del tempo sia qualcosa di universale e che offra nel film una tensione narrativa intrinseca; ciò conforta l’attore, perché non deve accentuarla, è come se essa fosse già lì, come un sussidio, come un aiuto.
“Donnie Darko”, per esempio, l’ho fatto dieci anni fa e questo film rappresenta l’estremo opposto, una chiusura di questo decennio; “Donnie Darko” ha rappresentato per me la transizione dall’infanzia all’adolescenza, con tutte le stranezze che questo passaggio ha comportato, mentre “Source Code” quella dall’adolescenza all’età adulta, con tutti i compromessi e le verità che questo porta con sé.
Comunque, un’altra differenza tra i due è che lì c’era un coniglio che qui non c’è, anche se questo coniglio continua a perseguitarmi, perché il film di Duncan, negli Stati Uniti, è uscito contemporaneamente a “Hop” (ride).
[PAGEBREAK] Il film presenta una certa tensione antimilitarista, è una sottolineatura voluta?
D.J.:
In realtà, la vicenda non l’ho intesa come un giudizio nei confronti dei militari, perché ho rispetto per chi intende spendere la sua vita in quel modo, per la protezione della gente, anzi, devo dire che al personaggio del film, forse, non è stato dovuto il giusto ringraziamento per ciò che ha fatto per la patria. Poi, il mio rispetto nei confronti dei militari è quasi un fattore genetico, la mia famiglia è divisa, è per metà costituita da artisti e per metà da militari (ride).

Jake, questa lotta fantascientifica al terrorismo, a ribadire quanto il terrorismo sia una cancrena dell’umanità, come l’hai vissuta da americano, rispetto al fatto che a settembre saranno dieci anni anni dall’11 settembre…
J.G.:
Durante la promozione di questo film molte volte mi sono state fatte domande di questo tipo; innanzitutto sono sempre stato fermo nel condannare la violenza che nella maggior parte delle volte ritengo assolutamente non necessaria.
Quello che mi vorrei è che esistesse davvero un modo per tornare indietro nel tempo, per entrare nel corpo di una leader politico, di una persona molto più intelligente di me per andare a fermare quegli aerei, per entrare nelle Torri Gemelle e anche cambiare la tragica situazione degli impianti nucleari verificatasi recentemente in Giappone.
E questo lo dico non per pubblicizzare il mio film, ma perché ripensare a quei momenti è sempre doloroso, la stragrande maggioranza delle volte la violenza non è necessaria.

Come sceglie oggi Jake Gyllenhaal i ruoli da interpretare?
J.G.:
Ogni volta che ho scelto un film l’ho fatto per istinto e, fortunatamente, ha avuto successo, a questo, invece, ho preso parte per molti motivi: quando ho letto la sceneggiatura mi sono convinto che dovevo assolutamente essere in questo film, volevo farne parte, poi quando ho visto “Moon”, dopo i primi venti minuti, ho capito che non aveva importanza come il film andasse a finire, ma che, in ogni caso, avrei dovuto lavorare con il regista.

Nel film sono presenti riferimenti a Ubik Philip K. Dick, che è stato portato al cinema molte volte a volte bene altre meno bene, siccome nel film siete riusciti a cogliere gli aspetti più sofisticati di Dick, qual è il vostro rapporto con la fantascienza, di Philip Dick o di altri autori o film cult?
D.J.:
Potrei stare qui a parlarvi tutto il giorno di fantascienza (ride), comunque sì, sono un grandissimo lettore sia Philip K. Dick che J.J. Ballard, in quanto entrambi riescono a combinare la capacità di introspezione, la capacità di immaginare il dispiegarsi di un futuro e anche di come esso abbia poi i suoi effetti sulle persone, di come le persone riescano a sopravvivergli.

J.G.: Per quel che mi riguarda, non sono propriamente un fan, ma la fantascienza mi piace; in ogni caso credo che il mio autore di riferimento sia senza dubbio George Orwell; quello che mi ha attirato davvero di questo film è stata l’idea della rinascita, l’idea che una persona possa reiterare in un pezzo del suo passato finche non ne coglie il messaggio che forse, più che fantascientifica, è un’idea un po’ buddhista.

Duncan è vero che ha accettato di dirigere questo film solo per girarne uno suo con Jake Gyllenhaal?
D.J.:
Ho un piano in merito, ho un piano a lunghissimo termine per me stesso, posso dire di aver già scelto anche la mia bara! È stata una grandissima opportunità fare questo film, la sceneggiatura era meravigliosa, lavorare con Jake è stato straordinario e questo film fa sicuramente parte del mio lunghissimo piano, così come tornare a lavorare con Jake, ma è ancora tutto indefinito.

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