Home > Zoom > Habemus Discum!

Habemus Discum!

Chi si ferma è perduto…
Dopo il drammatico cambio di line-up, invece di prendersi una comprensibile e, per certi versi, auspicabile, pausa di riflessione, i Dream Theater sono subito tornati alla carica con un prodotto discreto.
Ci hanno tenuti in sospeso tutta la primavera scorsa, e finalmente la telenovela Habemus Drummer(um) è finita, e “A Dramatic Turn Of Events” ne è il risultato. Ricorderete che, dopo aver scaricato senza troppi complimenti Mike Portnoy, e al grido di “The Spirit Lives On”, la band di New York ha pubblicato decine di video su Youtube con i provini dei futuri batteristi, finendo per scegliere Mike Mangini, un ex collaboratore di James LaBrie nel suo progetto solista, e presentandolo ufficialmente in un minitour in giro per l’Europa.
E poi, a ridosso dell’11 settembre, è uscito questo album dall’afflato epico dirompente e dal titolo quanto mai ruffiano, forse per richiamare alla mente le circostanze dello storico EP “Change of A Season”, targato 1995.
Accingendoci ad approfondire il nuovo lavoro dei DT, la prima percezione è la mancanza di quell’energia dirompente che Portnoy si portava con sé qualunque pezzo suonasse. Infatti, non pare casuale che nessun brano parta con un attacco di batteria, o che non si trovino intermezzi pestati alla “A Nightmare To Remember”. E poi il suo growl irresistibile che punteggiava alcuni pezzi, in particolare su “Train OF Thoughts”, che è senza’altro l’album più metal della band, quasi un omaggio al thrash con cui i DT sono cresciuti.

The Ghost Of Mike…
Spesso ciò che non si dice ha molto più peso di ciò che viene detto, o che si cerca di mascherare con inutili tentativi. In questo caso, quello che la batteria riusciva a esprimere è a volte sopperito da arzigogolate partiture di tastiera, o di chitarra, come nel caso dell’intro di “On The Back Of Angels”… Ok, è solo l’intro e gli effetti speciali sono quasi d’obbligo, direte voi. E allora proseguiamo. La lunga e complessa “Breaking All Illusions”, che è forse il pezzo migliore dell’album, o almeno quello più DT style, si fa notare per l’interessante duetto intermedio fra Rudess e Mangini, cui si intreccia poi la chitarra di Petrucci, ma sono decisamente le tastiere a prevalere. Dobbiamo attendere quasi la metà dell’album, con “Outcry” e “Bridges In The Sky”, per avere un’idea più chiara della fantasia e del genio creativo del nuovo drummer, che soprattutto in questo brano si dimostra particolarmente vivace e scattante. Sa fare il suo lavoro e lo fa molto bene, ma pare che la band non abbia voluto esporlo troppo, perlomeno nel CD in cui compare per la prima volta.

Vorrei ma non posso
“A Dramatic Turn Of Events” dà proprio l’idea del disco di passaggio, di assestamento, in cui si avanzano nuovi spunti senza però approfondirli, gettando il sasso per vedere che effetto fa, ma non buttandolo troppo lontano dalla mano. L’effetto generale è che il gruppo non possa esagerare più di quanto abbia già fatto, e che ora navighi quietamente nelle acque del già sentito. Basta ascoltare l’inizio di “This Is The Life”, per rendersi conto quanto sia simile a “The Silent Man” o a pezzi dell’epoca “Six Degrees Of Inner Turbulence”.
La verve creativa pare essersi un po’ stancata, dando come risultato dei pezzi intensi e sicuramente interessanti, come “Far From Heaven”, ma dal mood decisamente sottotono, privi di quei cambi repentini a cui i DT ci avevano abituato, e che hanno costituito, con l’andare del tempo, un’impronta indelebile nel loro lavoro.
Le ariose melodie di “Lost Not Forgotten” richiamano molto da vicino i cambi di tempo e di tonalità vocale di “The Best Times” ma anche di “The Count Of Tuscany”, entrambe su “Black Clouds…”. Anche la bellissima ballata “Beneath The Surface” è in puro stile DT, sulla scia di “Hollow Years”, con un punto in più dato che a impreziosirla ci pensa la voce intensamente sofferta di James LaBrie. D’altra parte, i DT non sono nuovi all’autoreferenzialità, basti pensare ai rimandi interni di alcuni pezzi di “Octavarium”, o al caso più eclatante di “Metropolis part 1″, il cui seguito si è ramificato al punto da diventare un intero album, “Scenes From A Memory”.

Sicuramente “A Dramatic Turn…” non deluderà i fan degli ultimi Dream Theater, se non altro per l’aura di mistero e l’attesa spasmodica che lo ha circondato. È presto per valutare il lavoro di Mangini, e se la musica dei DT, con questo cambio di line-up, prenderà un nuovo corso. Resta solo da attendere, ma “if you’re looking for a silent sky….you won’t find it here, look another way”.

Scroll To Top