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  • Haggard: Tales Of Ithiria

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Lungo e travagliato è stato il cammino degli Haggard verso il successore di “Eppur Si Muove”, dopo quattro anni di attesa ci arriva finalmente il racconto delle “Tales Of Ithiria” dalla cavernosa voce di Asis Nasseri. O ancor più da quella di Mike Terrana, potremmo dire, visto che è proprio il barbarico batterista a interpretare il ruolo di narratore in questa ambiziosa opera.

Niente più accenni storici, dunque, visto che il nome di Ithiria non è pervenuto in alcun testo scolastico, e un’esposizione che assomiglia molto alle spettacolari rappresentazioni di magnificenti saghe fantasy: questa è la nuova proposta degli Haggard. Se finora la peculiarità delle scelte stilistiche era sempre stata una dote molto apprezzata della compagine tedesca, il contesto elaborato per Ithiria non può sembrare altrettanto libero da somiglianze con analoghe rappresentazioni, non solo nel mondo musicale, ma anche in quello cinematografico e videoludico. Per i palati meno pretenziosi si tratta comunque di un concept godibile e certamente ben curato.

A braccetto con questa nuova ambientazione va anche l’evoluzione dello stile musicale della numerosissima banda tedesca. La componente metal da sempre impersonata dal growl di Asis e dalla chitarra di Claudio sembra quasi scomparire al cospetto dell’esplosione operistica dovuta a fiati, archi e delicate voci soprano. Queste ultime, in particolare, scalzano spesso il loro contraltare demoniaco dal microfono principale, che riemerge più decisamente negli ultimi due (di cinque) capitoli assieme ad una chitarra elettrica dal suono più gradevole del solito, anche se sempre posta in posizione di secondo piano da una produzione che enfatizza le doti dell’orchestra.

La grandeur dell’opera è l’obiettivo principale di “Tales Of Ithiria”, assieme alla moderna spettacolarità dell’entertainment. Alla delusione per la scelta di questo impianto, rispetto all’originalità e alla ricerca dei tempi andati, si aggiunge anche quella per la constatazione dell’inefficacia del nuovo melange sonoro. Tutti gli elementi si accorpano e accavallano in composizioni ricche, strabordanti, di cui si fatica a tenere il filo e che perdono spesso l’arma dei contrasti più marcati, dando l’impressione che si sia varcata la sottile linea di dermacazione tra la coinvolgente fruibilità e l’inoffensivo esercizio di stile.

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