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HammerFall: Esperimenti a rischio mortale

Abbiamo conosciuto e amato gli Hammerfall per il loro power metal diretto, energico e, a tratti, colorato. Li abbiamo apprezzati per la loro pacchianeria senza eccessi, per le canzoni dalle ritmiche sempre azzecate e per i loro show trascinanti. Ora, dopo quasi quindici anni di carriera, sono tornati con “Infected”, un lavoro dal sound nuovo e più ragionato, che testimonia la crescita artistica e personale dei figli illegittimi dei Manowar. E il simpatico chitarrista e fondatore Oskar Dronjak ci parla proprio di questo nuovo capitolo nella storia della band. Enjoy!

Innanzitutto, ben tornati! Ci racconti delle vicissitudini della copertina? Perché ho saputo che avete dovuto apportare dei cambiamenti…
Si è successo che avevamo una cover per il box deluxe nel booklet, ma Niklas voleva una specie di copertina cartonata nello slip case, e abbiamo pensato ad uno sfondo completamente nero con il logo e il simbolo del rischio biologico, ma non potevamo usarlo perché il manager della band ci ha detto che era protetto da trademark e che avremmo violato il copyright, anche se in realtà non appartiene a nessuno. Non so se avessero trovato una scusa valida con la casa discografica per far valere la loro ragione. Per noi quel simbolo era un’idea, niente di particolare. Allora abbiamodeciso di scegliere qualcosa di diverso, cioè la versione della copertina del booklet (interno), che è la mano insanguinata su sfondo nero, e che dà l’effetto di una fotografia. In effetti è una foto e nella copertina reale è più chiara.

E qual è la relazione fra la copertina e il contenuto dell’album?
Con quest’album abbiamo scoperto una specie di passione per gli zombie, eheh! Infatti sono il tema della copertina, del booklet e lo saranno del video. La copertina con la mano infettata è, per così dire, una variazione dell’artwork del booklet. E noi pensavamo che fosse interessante e in tema con le canzoni. E anche nel booklet ci sono degli scenari apocalittici, con delle foto di zombie sparse qua e là, paesaggi con strade vuote… questo perché siamo grandi fan degli zombie, abbiamo visto molti film horror sul tema. Questi luoghi isolati in cui non c’è praticamente nessuno, e sono stati abbandonati, è un’atmosfera che ci piace tanto.

Uno scenario apocalittico quindi…
Sì, esatto, e, per renderlo più filmico, ti dirò che la prospettiva corretta per guardare la mano insanguinata è dall’interno di una macchina: la mano si troverebbe all’esterno del finestrino, in primo piano, con una città deserta sullo sfondo.

Quando ci avete messo a registrare l’album?
Dunque, ci sono voluti cinque giorni per registrare la batteria, cinque mesi per la chitarra e cinque settimane per la voce, per il mixaggio e il resto. Diciamo, poco più di due mesi.
[PAGEBREAK] E cosa mi dici del produttore James Michael? Com’è stato lavorare con lui?
Oh, è stato straordinario! Abbiamo prima registrato la batteria per conto nostro, in Svezia, e poi ci siamo avvalsi della sua collaborazione per le parti vocali e il resto. Non ho mai davvero lavorato con lui, perché ho fatto le mie parti da solo e le ho registrate per conto mio in studio, ma Joacim era sempre con lui, e ho l’impressione che sia molto bravo a motivare le persone, e che lavori quasi come un coach. Ha una prospettiva molto positiva, e i ragazzi hanno aumentato la loro autostima. È molto importante credere in se stessi quando fai questo lavoro, e James ci ha aiutato a farlo. È grande, ci conosceva da un giorno ma sembrava fossimo amici da anni. È fantastico, ci siamo divertiti molto con lui e spero che, come aveva promesso, venga a trovarci in tour.

E perché avete scelto qualcuno estraneo alla scena metal?
Perché l’aveva suggerito Joacim, che è un grande fan dei Sixx: A.M., in cui canta proprio James, e apprezza il suo stile vocale. Poi, è anche produttore, cosa che io invece non sapevo. Ha scritto e prodotto alcuni album dei Motley Crue, come “Saints Of Los Angeles”, e anche almeno la metà delle canzoni di “New Tattoo”, che è uno dei recenti album dei Crues che preferisco. Quindi, è stata una sorpresa ed ero più che contento di lavorare con lui. Inoltre, Joacim e tutti noi volevamo fare qualcosa di diverso.
Abbiamo lavorato per anni con Charlie Bauerfeind e ci siamo trovati bene, ma quando fai la stessa cosa per anni, diventa stereotipata, quasi un cliché. Invece, volavamo evitare questa stereotipizzazione e presentare qualcosa di più fresco. E, ti dirò, il tipo di suono che abbiamo ottenuto con la produzione di James è di gran lunga superiore a quello che avevamo negli album precedenti. Abbiamo collaborato con lui dietro suggerimento di Joacim, ma non sapevamo come lavorasse, o se valesse la pena di rischiare tenendolo con noi durante l’intera fase della registrazione. Allora, abbiamo fatto da soli il grosso del lavoro di base, per dare il meglio di noi, diciamo, e poi ci siamo avvalsi del suo aiuto per le parti vocali, che per noi è il modo migliore di lavorare. E infatti il risultato è stato ottimo.

Quindi l’aver scelto James non ha minimamente influenzato la composizione di “Infected”?
No, assolutamente. Era tutto pronto prima che lui lavorasse con noi. Cioè, spesso iniziamo a registrare le canzoni ancora prima di lavorarci su in modo preciso! (ride)

Ma, per fare un passo indietro, è il primo album in cui non compare il cavaliere Hector in copertina, ed è strano non vederlo, dato che sembrava quasi il vostro marchio di fabbrica.
Sì, è vero, ma questo avrebbe significato essere prevedibili, cosa che non vogliamo più fare. Non ci ho nemmeno pensato, volevo solo attuare un cambiamento e in realtà ci avevamo pensato di togliere Hector già nell’album precedente, ma non ci veniva in mente niente di buono. Per “Infected” abbiamo pensato alla copertina nera. In questo senso, il tipo di copertina che abbiamo avuto finora era perfetto, Charlie ha fatto un ottimo lavoro, ma avere una specie di cartone animato su “Infected” non avrebbe avuto senso.

Inoltre, volevamo che il cambiamento musicale fosse espresso sia a livello visivo che sonoro. Andava di pari passo con l’evoluzione stilistica che abbiamo intrapreso. Era una cosa necessaria, e lnela versione digipack o limitata, non ricordo, compaiono dei disegni fatti da Sam (perché abbiamo finito di registrare a Nashville, in USA), con delle scenette per ogni canzone, e questi disegni finiranno nel booklet. Quindi Hector non è stato del tutto eliminato, ma solo accantonato.

Quindi, nuovo produttore, nuova copertina, diciamo che anche il vostro stile musicale è cambiato in profondità?
Sì, indubbiamente. Facciamo delle cose in un certo modo perché pensiamo che sia il modo giusto di farle, ma siamo nel campo dell’heavy metal e pensiamo che ci sia molto ancora da esplorare e sperimentare. Ma questo è soprattutto il risultato di come scrivo, cioè in base ai miei sentimenti e a ciò che mi accade nella vita. Vedi, ho 39 anni ora e non più 25 e la vita stessa è piena di esperimenti. E anche nella musica succede così: quando avevo 25 anni scrivevo canzoni come un teenager, ma poi crescendo c’è stata una metamorfosi, che non è consapevole. Cioè, lo è da un certo punto di vista, perché volevamo cambiare, ma non sarebbe stato possibile attuare il cambiamento se non ci fossimo trovati nella posizione in cui ci troviamo ora nella nostra vita.
[PAGEBREAK] Quindi “Infected” è una specie di punto di svolta per gli Hammerfall?
Sì, assolutamente. È l’inizio di un nuovo capitolo della nostra storia. È un momento di cambiamento.

Sto pensando che avete fatto molta strada da quando, all’inizio, eravate considerati gli eredi dei Manowar. Quanto siete cambiati e come vedete l’evoluzione del genere?E dopo tanti anni come ti consideri, dal punto di vista artistico e privato?
Wow, che bel complimento! I Manowar sono uno dei miei gruppi preferiti! Beh, credo che sia necessario guardare a se stessi in diverse fasi della vita. Mi rivedo com’ero cinque anni fa, ma è difficile vedermi per come sono ora. E quello che abbiamo fatto con “Infected” è come una nuova partenza, un girare pagina nel libro degli Hammerfall, piuttosto che un proseguimento di ciò che abbiamo fatto per 15 anni. Mi fa sentire giovane… be’, mi sento sempre giovane, è questo il problema (ride). Sento che l’entusiasmo che provo ora per quello che stiamo facendo è lo stesso che si prova quando si fa qualcosa per la prima volta. È stato un anno in cui abbiamo fatto molte cose diverse, e quest’album ci ha ridato l’energia e l’impulso di andare avanti. È stato grandioso!

Continuando a parlare di storia, mi ricordo che in uno dei vostri album più recenti, “Masterpieces”, avete coverizzato alcuni grandi capolavori della storia del metal.
Sì, anche se in realtà queste cover sono state realizzate durante tutta la carriera degli Hammerfall e non sono mai state raccolte in un solo album prima d’ora, e soprattutto le più vecchie compaiono solo su singoli che ora sono fuori stampa, quindi abbiamo pensato che fosse una buona idea riunirle tutte in un solo CD.

E come avete scelto le canzoni?
Beh, semplicemente pensando che fossero dei bei pezzi da reinterpretare. Non ci siamo mai seduti a tavolino pensando ‘Inseriamo questa o quella’. Ogni cover che abbiamo realizzato fino ad ora è confluita in “Masterpieces” e, come dicevo prima, non abbiamo mai pensato di sederci e scegliere 18 brani che avevamo registrato in diversi periodi di tempo, ma solo di includere le canzoni in base al loro merito, a quelle che ci sembrava suonassero meglio. Alcune, sono state pensate apposta per dei tribute album, come “I Want Out”, che però non è mai stata inclusa nel tributo agli Helloween, mentre “Man On The Silver Mountain” era stata registrata per un tributo a Dio. Poi, vediamo… ah, sì: “Crazy Nights” dei Loudness, che amiamo particolarmente.
[PAGEBREAK] C’è una canzone in particolare di cui ti piacerebbe scrivere la cover?
Sì, molte, centinaia. Ad esempio, c’è una cover anche in “Infected”: si tratta di “Send Me A Sign”, che è una ballad fatta da un gruppo ungherese e cantata nella loro lingua, che noi invece abbiamo riadattato liberamente nel testo e riscritto in inglese. Ma tutte le canzoni che abbiamo scelto sono state coverizzate semplicemente in base ai nostri gusti personali: se una canzone non ci fosse piaciuta, non l’avremmo rifatta.

Faresti la cover di “Stairway To Heaven”?
No.

Perché pensi che sia impossibile e ingiusto farla?
No, perché credo che non sia necessaria. Cioè, è una bella canzone ed è lo stile dei Led Zeppelin negli anni ’70, ma non mi sembra così straordinaria, almeno, questa è la mia opinione personale.
Mi piacerebbe invece fare una delle prima canzoni dei Judas Priest. Nel 1974 le chitarre non erano così pesanti e la produzione tanto accurata, ma si può sentire che la loro intenzione era proprio quella di spaccare!

Avete già organizzato una tournée per “Infected”?
No, non ancora. Dato che esce in maggio, faremo dei festival in estate, partendo da questo mese fino a settembre. Poi, andremo in America per qualche show, mentre il tour europeo inizia alla fine di ottobre. Ma per ora abbiamo solo un programma generale senza date o località precise. Credo che verremo in Italia, e sicuramente a Milano, per la fine di novembre. Forse ci sarà qualche data da voi in estate ma non ne sono certo. Però ci vedremo a novembre.

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