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Hannah Arendt, la Memoria di Margarethe Von Trotta

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In occasione della Giornata della Memoria esce al cinema, per soli due giorni, “Hannah Arendt” di Margarethe Von Trotta, presentato a Toronto nel 2012 con grande successo di critica e di pubblico. L’uscita in Italia era prevista lo scorso ottobre, ma il mercato della distribuzione nostrana è «difficile», fa notare Angelo Draicchi, distributore per la Ripley’s Film, che insieme a Nexodigital ha lanciato il film in 70/100 copie, il 27 e 28 gennaio.

Margarethe Von Trotta è avvezza ai ritratti femminili di intellettuali, o forse sarebbe meglio dire ritratti intellettuali di donne. Per una figura così capitale del pensiero del Novecento, come quella di Hannah Arendt, la regista tedesca ha scelto nuovamente Barbara Sukowa, che aveva già dato il volto a Rosa Luxemburg. Non si tratta di un biopic vero e proprio, piuttosto del tentativo di tradurre sul grande schermo il pensiero filosofico della Arendt, ovvero la sua riflessione sulla “banalità del male“, divenuto poi il titolo di uno dei saggi più importanti sul Nazismo.

A tale postulazione la Arendt, approdata a New York nel 1941 dopo esser riuscita a fuggire col marito Heinrich Blücher dal campo di detenzione di Gurs, arriva attraverso un doloroso sguardo al passato, poiché esperisce, come osservatrice, il controverso processo ad Adolf Eichmann, tra i principali responsabili dell’intera organizzazione della deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. Fu la Arendt a chiedere alla prestigiosa rivista New Yorker di poter seguire il processo al gerarca nazista, pubblicando in cinque parti, dal 16 febbraio al 16 marzo del 1963, un ritratto di Heichmann che poi sarà raccolto in un libro di grande successo, “Eichmann in Jerusalem. A Report on the banality of the Evil”, tradotto in Italia con una fortunata inversione di titolo “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” (Feltrinelli, 1964).

Dopo Norimberga, che vide i nazisti processati dagli stati vincitori, il processo ad Eichmann si tiene a Gerusalemme: un evento di portata storica, perché per la prima volta un criminale nazista viene giudicato da un tribunale composto esclusivamente da ebrei, le vittime, e di valore simbolico, perché il neonato stato d’Israele si presenta al banco di prova della sovranità, dovendo dimostrare di saper condurre un processo di portata internazionale.

Il “reportage” della Arendt destò scalpore e critiche feroci nella comunità ebrea e in quella intellettuale americana, perché aveva compiuto due azioni “eretiche”: parlare di un tema così scottante come l’Olocausto dalle colonne di una rivista significava rendere finalmente pubblico il dibattito che fino ad allora aveva coinvolto solo gli studiosi e chi quell’orrore l’aveva vissuto, e soprattutto ne era sopravvissuto; inoltre, l’aver notato come Eichmann fosse un “mediocre burocrate”, il cui compito era quello di rendere più efficiente, veloce e meno dispendiosa la pratica dell’omicidio di massa, e insomma l’essersi resa conto del fatto che il mediocre burocrate era solo un ingranaggio all’interno di una più vasta, pericolosa e spersonalizzante catena di montaggio, che rendeva il singolo indifferente e imbelle di fronte alle sue stesse responsabilità, beh, tutto ciò poteva facilmente essere frainteso dalla comunità scientifica e da quella ebraica (quando il pensiero si fa opinione pubblica, ecco che diviene semplicistico) che hanno accusato la Arendt di andare contro il suo stesso popolo, credendo erroneamente che l’alienazione generata dal meccanismo totalitario nazista sollevasse, nell’analisi fornita dalla filosofa, i carnefici dalle proprie responsabilità. Non è un caso che il saggio “La banalità del male” in Israele sia stato bandito e tradotto solo nel 2002.

Fulcro della tensione narrativa e drammatica del film di Margarethe Von Trotta è proprio la grande controversia scatenata da quello che doveva essere un semplice report e invece fu un saggio che rivoluzionò il modo di pensare l’Olocausto. La regista, sempre scrupolosa nella documentazione e nella dissertazione filologica, realizza un film che si muove con gran disinvoltura sul crinale della ricostruzione storica, scegliendo un punto di vista intimista, che risponde all’interiorità intellettuale del singolo, messo in conflitto drammaturgico quasi teatrale con altri singoli, rappresentati con gran rigore e correttezza intellettuale, senza tuttavia rinunciare alla costruzione di un mèlo dall’eleganza spartana.

Tra le invenzioni di regia, la più indovinata è certamente il sapiente uso del footage con le immagini d’archivio del processo a Eichmann; in tal modo si è evitato di ricorrere ad un attore per il rappresentante di un orrore che non è rappresentabile, che ha superato i confini stessi dell’immaginazione squarciando la realtà con una carica di irrealtà (perché inimmaginabile, sembrava) che è tanto più vera quanto è paradossale.

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