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La vita è felice nel mondo dell’indie

Qualcuno troverà pezzi di Placebo qua e là, un po’ di Muse (ma proprio poco), una spruzzata di Bush. Coldplay? Radiohead? Forse. I riferimenti in “Sweet Resort” sono tanti ma sempre di pop-rock di purissima marca britannica si tratta. E anche per prendere elementi di già sentito e rielaborarli in modo di interessante ci vuole talento. Gli Happylife ne hanno da vendere. Non a caso una vecchia volpe come Narada Michael Walden, non certo uno che si muove per nulla, sentito il materiale della band ha voluto produrne il primo singolo, “Alive”. L’album segna il debutto di un gruppo che comunque si è fatto le ossa per oltre un lustro in ambito live (supportando tra gli altri Terrorvision e Rasmus). Indie, ma non solo. Pop, ma non solo. Kevin Brown (chitarra e voce), Chris Drinkwater e Ian Pellman (rispettivamente basso e chitarra e autori di tutti i brani) si muovono agili e leggeri senza troppe barriere. Vengono sfoggiate ballad delicatamente acustiche (“Shut Me Down”, così devota al lavoro di Matthew Bellamy) o assolutamente eteree (“Final Alibi”), capaci però di elettrizzarsi e prendere fuoco in un attimo. “Sweet Resort” vive tra contraddizioni, opposti, in un rincorrersi di pieni e vuoti, bianchi e neri, in un perfetto saliscendi di emozioni e timbri diversi. Se in “The Way You Hate Me” la strada intrapresa è quella del rock melodico californiano, in altri momenti l’energia è declinata in minore, con accenti malinconici. “Alive” poi, grazie al lavoro di Walden, è un pezzo elegante e sofisticato anche se forse poco rappresentativo dell’album. A chiudere degnamente il trionfo degli opposti c’è “Happysong”, canzone tutt’altro che felice e, anzi, intrisa di malinconia. Una band che gli amanti dell’indie, ma non solo, dovrebbero tenere d’occhio.

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