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Harry Potter: Dalla pagina al grande schermo

La saga di Harry Potter è un lavoro altamente complesso, non solo per via della ricchissima e accurata ambientazione creata da J.K. Rowling, ma anche per lo spessore psicologico che la scrittrice ha saputo conferire ai personaggi principali, il protagonista su tutti. Quella di Harry è infatti una grande storia di crescita, condita con un mirabile e immaginifico quantitativo di polvere fatata.

Difficile, dunque, raccogliere visivamente la sfida trasponendo sul grande schermo un’analoga ricchezza. L’Harry di celluloide, a differenza del suo fratello di cellulosa, ha dovuto passare attraverso svariate mani, visto che sulla sedia di regia si sono succedute, dal 2001 a oggi, ben quattro persone: Chris Colubus, Alfonso Cuaron, Mike Newell e David Yates.
Anche la sceneggiatura, altro importante tassello della personalità di un film, ha subito cambi di mano, benché in misura più ridotta, visto che in questo caso si sono alternate solo due persone, Steve Kloves e Michael Goldenberg.
Questo ha fatto sì che il corrispettivo cinematografico di Harry risultasse meno omogeneo rispetto a quello creato dalla Rowling. In più, il personaggio cinematografico soffre della carenze di recitazione di Dan Radcliffe, attore pieno di buona volontà ma dalle mediocri doti, capaci di riprodurre solo una ristretta gamma di emozioni.

Nel primo libro, “La Pietra Filosofale“, incontriamo un ragazzino che è già diverso prima ancora di scoprire che è un mago. La vita da Cenerentola che ha condotto sino al compimento dell’undicesimo anno e il gravissimo lutto che lo ha colpito – il più grave per un bimbo – lo rendono immensamente più maturo del cugino Dudley, classico cocco di mamma e papà, odioso e viziato all’inverosimile.
Quando poi Harry varca la soglia del mondo magico, si troverà alle prese addirittura con i problemi di un mago adulto di grandi capacità, visto che alla fine del primo anno scolastico dovrà già affrontare il suo antagonista Voldemort.

Se la prima sfida viene superata brillantemente (anche grazie a un po’ di fortuna e all’aiuto degli amici Ron e Hermione), nella “Camera dei Segreti” i pericoli si moltiplicano in modo esponenziale e, prima di affrontare nuovamente Voldemort (questa volta nella sua versione giovanile), Harry dovrà passare attraverso ragni giganti carnivori e basilischi pietrificatori. In questo secondo episodio, il ragazzo acquista maggiore consapevolezza e fiducia nelle proprie capacità, tant’è che vince i pericoli da solo o col solo aiuto dell’amico Ron (che nel mondo magico sembra fargli da contraltare immaturo tanto quanto Dudley glielo fa nel mondo babbano).
In entrambi i libri traspare subito, inoltre, il problema dell’identità: all’inizio solo quella esteriore del bambino orfano, poi anche del mago con inquietanti caratteristiche simili al suo antagonista-doppio, che gli creano dubbi sulla propria essenza interiore, oltre che sulla propria ascendenza.
Chris Columbus, regista della Pietra Filosofale e della Camera dei Segreti, è rimasto molto aderente alle pagine tracciate dalla Rowling, e così anche Steve Kloves che ha lavorato a stretto contatto con lei. Tuttavia, se da un lato i fan hanno apprezzato il rispetto dell’opera, dall’altra molti critici ne hanno condannato l’incapacità di fornire un prodotto dalla personalità autonoma.
In realtà i primi due film sono una giusta combinazione, da un lato, fra aderenza al libro e licenza cinematografica (indispensabile quando si traduce dal linguaggio della parola scritta a quello delle immagini), e dall’altro fra godibilità per il grande pubblico e prodotto artistico (pensiamo ad esempio all’attento uso delle luci: nella Pietra Filosofale tutto è magicamente sfavillante, nella Camera dei Segreti corridoi e angoli bui di Hogwarts iniziano a gettare la loro ombra sinistra sul castello e, metaforicamente, sulla vicenda).

Nel terzo libro, il “Prigioniero di Azkaban“, Harry inizia il suo percorso di adolescente, esternando subito la caratteristica tipica di quell’età: il rifiuto dell’autorità. Il maghetto si ribella agli zii vessatori, sfida il Ministero della Magia usando i propri poteri fuori dalla scuola e infine scappa di casa. A Hogwarts accrescerà gli scontri con lo spigolosissimo insegnante Severus Piton e si schiererà dalla parte di coloro che sono banditi o respinti nel mondo magico.
Alfonso Cuaròn, che ha diretto il relativo film, ha realizzato probabilmente il prodotto più artistico della serie, cinematograficamente parlando. Tuttavia si tratta della pellicola che contiene i maggiori buchi nella trama e ciò rende molto difficoltoso allo spettatore non lettore sia la possibilità di seguire coerentemente la vicenda che, di riflesso, lo sviluppo psicologico di Harry appena evidenziato. È ancora Kloves a occuparsi della sceneggiatura, ma siamo ormai nel 2003 e la Rowling, presissima con le proprie vicende personali e professionali non sembra essere stata granché presente, a giudicare dal risultato finale.
Più che sul contenuto, Cuaròn sembra concentrato sulla volontà di conferire toni gotici all’ambientazione, alla fotografia, alle luci. Per quest’ultime si affida a Michael Seresin, che per ottenere l’atmosfera cupamente sfumata del terzo film, ricorre a uno speciale tipo di lenti, le Cooke S4 Prime in grado di conferire acutezza alle immagini ma, al tempo stesso, di convogliare brillantemente le sfumature fosche e a volte sinistre che si osservano nel film.
[PAGEBREAK] Nel “Calice di Fuoco“, il Torneo Tremaghi è il pretesto per una grandiosa metafora psicanalitica dell’età evolutiva, con tutte le sue difficoltà per giungere all’età adulta. Terrori dragheschi (emblema delle pulsioni infantili), ambienti acquatici che richiamano l’inconscio e labirinti che confondono il cammino verso la meta – dove non a caso Harry, questa volta troverà il suo antagonista in carne e ossa e non più in una forma indebolita come è stato nei due incontri precedenti – divengono un mero pretesto per spettacolarizzare le pellicole senza che venga colto il senso profondo di tali episodi.
Inoltre, il regista Mike Newell si concentra troppo sulle vicende adolescenziali di contorno, perdendo di vista alcuni punti essenziali della trama, relegata quasi sullo sfondo dei primi batticuori amorosi degli studenti di Hogwarts e dei toni umoristici con cui egli ama sottolinearli. A questo sbilanciamento “all’inverso” si aggiunge anche un’eccessiva condensazione, che accorcia il fiato allo spettatore. Infine, la pellicola di Newell fa sparire per la prima volta tutta la magia da Hogwarts, privandola dei suoi fantasmi, delle sue scale semoventi e dei suoi quadri viventi che la rendevano non un semplice scenario ma un grande personaggio vitale e pulsante.
Anche Kloves sembra aver perso il controllo lasciando troppa mano libera al regista e l’unico elemento di aderenza che viene catturato pienamente è il temporaneo avvicinamento della psiche di Harry a quella immatura di Ron, almeno sotto l’aspetto dei primi confronti con l’altro sesso.

Nell’”Ordine della Fenice” ci troviamo di fronte a un’altra caratteristica dell’adolescente ribelle: in tutto il libro il ragazzo è eternamente aggressivo, ha reazioni sproporzionate che rasentano l’isteria ed è incapace di comprendere sentimenti adulti come quelli di cui è preda la compagna di scuola Cho Chang. Inoltre il suo conflitto con l’autorità costituita, che avevamo visto nel terzo volume, si rivolge ora, oltre che contro Dolores Umbridge e il Ministero, anche verso la figura paterna (la scena di James vista nel Pensatoio) e i suoi sostituti (Sirius Black e Albus Silente).
David Yates è stato totalmente incapace di cogliere questi aspetti, limitandosi a dar conto di qualche sfuriata e privilegiando invece, come Newell, la spettacolarizzazione sopra la chiarezza e profondità della trama e sopra la coerenza del mondo magico. Questo fattore, combinato a una regia sciatta e monotona, dove vedute aeree tutte simili la fanno da padrone, confeziona il film piuttosto noioso e, finora, il più deludente della serie.
Dal canto suo, il nuovo sceneggiatore Michael Goldenberg, opera un minor numero di spostamenti e falle nella continuità del tessuto narrativo rispetto alle due pellicole precedenti e rivela una maggior capacità di condensazione rispetto al Calice di Fuoco, grazie anche a un intelligente uso delle foto e dei titoli della Gazzetta del Profeta, che risolvono parecchie situazioni a rischio di eccessiva lungaggine. Queste positività vengono mitigate però dai troppo abbondanti tagli e dall’approccio superficiale e appiattito per quanto attiene a tutti i rapporti psicologici interpersonali, oltre che da un’invadenza eccessiva della figura di Dolores Umbridge. Se dunque Kloves colleziona più buchi narrativi, Goldenberg, ancor peggio, tradisce pesantemente lo spirito dei personaggi, Harry in primis.

Se il buongiorno si vede dal mattino non è certo con trepidazione si può dunque attendere gli ultimi tre film, anche se i trailer del Principe Mezzosangue e il ritorno di Steve Kloves alla sceneggiatura fanno sperare in miglioramenti.
Tuttavia la cautela è d’obbligo, anche perché questo sesto episodio non si presenta certo facile. Esso contiene infatti fasi assolutamente cruciali per lo sviluppo del personaggio di Harry: il ragazzo è ormai un giovane adulto, che gode della piena fiducia di Silente, il quale lo mette a parte di molti dei suoi piani e gli mostra attraverso il Pensatoio, senza alcuna reticenza, l’abisso mentale dell’antagonista che il ragazzo si troverà a fronteggiare.
Staremo a vedere, dunque, se Yates ha imparato qualcosa dall’esperienza precedente, e soprattutto se è stato capace di farne tesoro per traghettare Harry, attraverso le ultime tre pellicole, dall’infanzia al mondo adulto, verso quel maggiorenne consapevole di una missione disperata e preda di tutti i dubbi legittimi che, dopo James Potter e Sirius Black, distruggeranno edipicamente anche l’ultima figura “paterna” rimastagli, quella di Albus Silente.

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