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  • Haste: The Mercury Lift

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Più commerciali ma ancora multiformi

Tornano gli Haste a tre anni di distanza dal precedente, ottimo “When Reason Sleeps” e la loro intuizione, in tempi non sospetti, del connubio cantato melodico-screaming hardcore che aveva reso quel disco così emozionante, viene qui in parte piegato alle regole di mercato che impongono le sonorità emocore da chart radiofonica come l’unica via possibile. “The Mercury Lift” non è un brutto album, intendiamoci, e l’apertura affidata a “With All The Pride & Dignity Of A Drowning Summer” mi aveva fatto sgranare gli occhi per la speranza di un disco in linea con il precedente. Speranza ricambiata in parte, perché gli anni di gavetta della band americana gli hanno permesso di raggiungere una maturazione e una raffinatezza compositiva che la maggior parte delle cosiddette new sensation si possono tranquillamente scordare. Abbandonata dunque la furia degli esordi, non mancano comunque momenti più tirati, fatti di deraglianti breakdown dal vago sapore southern-sludge e partiture in doppia cassa, che si vanno ad affiancare ad una vena più fresca e sognante della band, sorretta dalle ottime linee vocali di Chris Mosley, molto vicino per tonalità al signor Stephen Brodsky (Cave In). Fra le canzoni di spicco, citerei “Evidence Of A Wasted Ink” dove echeggiano i Boysetsfire, la dolce violenza di “The Rescued” e “A God Reclaims His Throne” che vede la comparsata della voce dei Lamb Of God. Manco a dirlo, la canzone più pesante dell’intero album. Un disco molto affascinante per le mille sfaccettature che riesce a portare alla luce, e che riesce a tener viva l’attenzione anche di chi, come me, non è solito ad ascolti troppo tranquilli e pacati. Rinascita.

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