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Headbangin’ all life long

Saltata la data estiva all’Evolution Festival causa maltempo, gli In Flames tornano a far visita all’Italia in una serata che li vede headliner dopo le buone esibizioni dei francesi Gojira e degli svedesi Sonic Syndicate.
Una data attesa, per ovvie a ragioni. A partire da un ultimo album (“A Sense Of Purpose”) che ha stigmatizzato ed evoluto ancora il percorso di Anders Fridén e soci nel corso degli ultimi sedici o più anni. Un percorso coraggioso e, checché se ne possa dire, riuscito in tutto e per tutto. Con buona pace di chi gli “infiammati” non li ha mai amati o li ha persi lungo la strada per presunte svolte “tecnologiche” nel sound.

Del resto, se una band riesce nell’impresa di riempire un locale come l’Alcatraz di martedì sera significa che, in un modo o nell’altro, un segno l’ha lasciato lungo il tragitto. E di questo tragitto vengono estrapolati molti episodi fondanti, che lo stesso cantante dichiara, dopo un incipit affidato all’atmosferica “The Chosen Pessimist” e alla corrosiva “I’m The Highway”, voler riprendere nel corso di questa nuova calata milanese. Si dia inizio alle danze, quindi. Via con “Vanishing Light” e “The Mirror’s Truth”, canzone che sottolinea ancora una volta come l’ultima fatica discografica del combo abbia un impatto tanto devastante su disco quanto tellurico sul palco.
Chapeau. Tecnica e compattezza uniche, potenza e melodia a go-go, buon mix in sala e pubblico in trip da mosh.

Tocca quindi ai primi amarcord, “Zombie Inc.” e “The Hive”, rispettivamente da “Colony” e “Whoracle”, con un maxischermo che proietta parole in tema cromatico con le copertine dei dischi. Jesper Strömblad e Björn Gelotte volano sulle sei-corde, scambiandosi come di consueto soli e ritmiche o viaggiando in sinc perfetto nelle lead armonizzate, trademark tipico del sound In Flames sin dagli albori che emerge prepotente e stringe il cuore su “Colony” e sul medley ricavato dall’album “The Jester Race” nel quale svetta per intensità di esecuzione la title-track.

Un muro di suono. Perché questa sera non si fanno prigionieri, e lo ricordano Peter Iwers (basso) e Daniel Svensson (batteria) con una cadenza ritmica e un groove da far impallidire i Death più tecnici. Impossibile restare fermi, la testa ha una naturale propensione all’headbanging. Soprattutto sulle successive “System”, “Alias”, “Delight And Angers”, “Move Through Me” e “Sleepless Again”, tutte dall’ultimo album.

Massacro. Il caldo dell’Alcatraz non aiuta, ma di certo incendia le membra e spinge a godere della forza sprigionata dai cinque. Una “Cloud Connected” chirurgica apre le linee melodiche del combo e fa cantare il pubblico all’unisono, cosa che si ripete sulla corale “Come Clarity” e sulle ripescate “Satellites And Astronauts” e “Pinball Map” (da “Clayman”) in un altalenarsi di scambi vocali tra Fridén e i fan nel pit.
Il sabba si consuma del tutto con “The Quiet Place”, “Trigger” e la conclusiva “Take This Life”, giusto per non scontentare nessuno in un roboante delirio di suoni al granito e ritmiche allo spasimo. E sia.
Saluti, sorrisi e inchini da copione, dopo 1 ora e 45 minuti di pura adrenalina

Ma in questo caso l’arrivederci è da amaro in bocca.
Perché alla fine gli In Flames, da bravi metallari atipici, sanno come e dove colpire. Con precisione, malizia e molta capacità, tanto nel songwriting quanto nell’esecuzione dal vivo. Avulsi da mode o tendenze, fieri e fedeli ad una linea, la propria, che per dirla tutta resta uno spettacolo senza eguali, da godere in ogni sua singola forma.

The Chosen Pessimist
I’m The Highway
Vanishing Light
The Mirror’s Truth
Zombie Inc.
The Hive
Satellites And Astronauts
System
Alias
Pinball Map
Delight And Angers
Move Through Me
Colony
Cloud Connected
Medley from “The Jester Race” album
My Sweet Shadow
Come Clarity
Sleepless Again
Quiet Place
Trigger
Take This Life

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