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Heineken Jammin’ Festival – Primo Giorno

Dopo l’anno sabbatico ritorna l’Heineken Jammin Festival. Sembra esattamente come l’abbiamo lasciato. Il main stage monolitico di settanta metri per venticinque, la sala stampa vicina al palco, e la birra ancora gratis (per la categoria giornalisti ed operatori). La promessa è: 40 ore di musica live complessive per 45 concerti tra band principali e stage secondari.

LoudVision vi invita a seguire in diretta gli eventi del festival più importanti, aggiornati in tempo reale. Sono le 16.25, la temperatura è temeraria: 32° C mentre tra venti minuti si esibiranno gli italiani La Fame Di Camilla, cresciuti nell’ambiente underground fino ad riuscire, anche nella difficile e distorta cornice del Festival di Sanremo, ad imporre l’eleganza e l’intensità della loro proposta. Seguiranno alle 17.45 gli Stereophonics e poi largo ai due main act attesi per il battesimo di fuoco dell’edizione 2010: The Cranberries e Aerosmith.

La Fame Di Camilla si rendono protagonisti per l’ampia dimensione delle loro sonorità intense che avvolgono tutto il pubblico; non sono pirotecnici sul palco, ma di certo suonano con una precisione notevole, a tempo con le belle armonie di archi che arrangiano i loro brani. “Ne Doren Tende” ipnotizza all’interno del suo andamento lento che risalta il groove delle linee di basso malinconiche. “Storia Di Una Favola” esprime quasi spensieratezza, con eleganza e classe, muovendosi su tempi sostenuti ed ispirati. Nel complesso si può dire che La Fame Di Camilla metabolizza con personalità le sonorità della scuola avantgarde e alternative che ha come rappresentanti gruppi come A Perfect Circle e Katatonia. “28 Marzo 1997″ non nasconde nemmeno velatamente sentimenti di rabbia per la strage di Otranto, soprattutto tramite un’interpretazione ferocemente disillusa e distaccata. Ermal Meta qui forse dà del suo meglio nel consegnare una prestazione interrotta tra una timida emozionalità e freddezza. Chiude l’ottima esibizione una vorticosa “39″. È quindi tempo di Stereophonics

Gli Stereophonics danno il via al vero spettacolo: anzi, spettacolari è dir poco. Prima di ogni cosa c’è la voce rovente di Kelly Jones, dannatamente brit-indie rock e capace di un tale ascendente di carisma da sopravanzare la musica e dare alle canzoni l’identità di storie raccontabili solo tramite questo doppiatore d’eccezione. Ritmicamente vari, in grado di attraversare rock ruvido e melodie gentili, come anche ritornelli orecchiabili. Tra gli highlights certamente “Have A Nice Day” ma soprattutto “Uppercut” e “Stuck In A Rut”. La performance si chiude con “Dakota” ed ora, dopo settantacinque minuti di grande spettacolo tocca ai The Cranberries saper trovare una continuazione diversa ed emozionante.
[PAGEBREAK] Innanzitutto vi diamo una prova che LoudVision è qui a corroborare la vena scribana in collaborazione con:

I The Cranberries hanno fatto una scelta prevedibile, ovvero quella di raffreddare le atmosfere e puntare sull’effetto dei grandi singoli, dei grandi pezzi che hanno pavimentato una carriera da artisti primari. La sensazione è confortata da una Dolores divertita, compiaciuta, ma mai troppo aggressiva o trascinante. Iniziano con “Analyse” per dare un arioso benvenuto, introducono “The Animal Instinct” e il pubblico delle prime file è già in visibilio. In realtà i The Cranberries sono una macchina musicale perfetta, in grado di riprodurre dal vivo lo spessore delle melodie, il timbro particolare delle atmosfere più folcloristiche, ma il pubblico anche quando chiamato ad interagire e muoversi preferisce gustarsi lo spettacolo d’armonia degli strumenti e della voce di Dolores che talvolta si amalgama al gruppo come uno strumento aggiunto capace di onomatopeiche emozioni. La sua grana vocale non viene mai in calo durante la lunga setlist di ben ventuno brani. A volte episodi come “Time Is Ticking Out” sono più che altro intermezzi che traghettano verso momenti più densi. L’intensità di “When You’re Gone” è indimenticabile, così come resta notevole l’impressione dopo “Ode To My Family”: un’intro dolce ed arpeggiato, capace di quelle tonalità rassicuranti e calde come solo gli irlandesi sanno creare, fluisce verso un finale inspessito da ricchi arrangiamenti e vocalizzi delicati. Quando arriva “Zombie” tutto il parco S. Giuliano batte le mani, ma Dolores lascia troppo al pubblico senza partecipare, e non si concretizza la magia del rituale per il brano più atteso. Encore fatto di “Empty”, “Still Can’t…”, “Shattered” ed il consueto finale “Dreams” non risollevano le sorti di 90 minuti diligenti ma non sufficientemente coinvolgenti. Sarà l’età? Bella domanda, proprio ora che sul palco stanno per arrivare gli Aerosmith…
Intanto è tempo di riempire il frigorifero:

[PAGEBREAK] Indubitabilmente gli Aerosmith hanno messo a segno lo show più bello della giornata. Per quanto attempati, sfoggiano energia e stile in un connubio inimitabile. I riff di brani come “Livin’ On The Edge”, “Mama Kin”, o “Pink” vivono di miscele di rock’n’roll e blues che non hanno tempo.

Sentire dal vivo “Rag Doll”, “Love In An Elevator” o “Cryin’” è come essere testimoni di un monumento naturale. Il fraseggio musicale è fluido e spesso, la tenuta vocale di Steven Tyler è portentosa. Ciascun pezzo del repertorio ha un significato, un modo di suonare all’orecchio e un’identità specifica per melodia, groove e tempo; forse l’unica cosa a stancare dopo due ore di concerto è l’attesa di non aver ancora “potuto sentire quel brano che piace tanto e che non hanno fatto”.

Negli highlights si menziona assolutamente il momento solista di ciascun strumentista, tra cui quello di Joey Kramer, e le deviazioni nel blues comandate da un Joe Perry, autore di un’esecuzione complessivamente appagante non solo con la chitarra ma anche col theremin.

Si chiude tra applausi scroscianti il primo giorno dell’Heineken Jammin’ Festival, a cui hanno partecipato secondo i comunicati più di 20.000 persone. La sfida di adesso sarà ripetere domani una giornata intensa e varia come quella odierna. In attesa di martedì, perché la verità di questo festival è: i Pearl Jam sono quelli che tutti attendono di vedere (tempo permettendo…).

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