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  • Hekate: Goddess

    Hekate

    Data di uscita: 02-11-2004

    Loudvision:
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Minimalismo e ripetitività, ma anche semplicità

Questo disco di dark wave elettronica con una dominante componente percussionistica, mi riporta alla mente alcuni episodi della Camerata Mediolanense. Pur senza l’eccellenza nell’inventiva melodica del gruppo nostrano, ma con un maggiore feeling da soundtrack in taluni momenti, gli Hekate si rifanno vivi a undici anni dall’inizio della loro carriera, e dopo una raccolta che comprendeva anche la canzone “Barbarossa” come anteprima esclusiva, con il nuovo “Goddess”.
Con la solida costruzione di ritmi marziali grazie al tamburo militare, o di ritmi elaborati e ad ampio respiro con timpani e percussioni, si fanno strada brani dalla spiccata vena melodica-nostalgica, quasi neo-folk, come “Maure”, in cui gli Hekate trovano una felice sequenza di accordi di chitarra acustica accompagnati da sporadiche tastiere che accentuano piccole variazioni. Sottolineo però che in generale nel disco, come avviene per molti gruppi della loro scena, i brani hanno raramente una struttura composita e varia, e ciascuno tende a ripetere il proprio pattern per tutta la durata degli stessi; fattore, questo, che può limitare l’interesse di un determinato target di ascoltatori, come anche acuire il problema quando il brano in sé non ha molto da comunicare. Ma fortunatamente la già citata “Barbarossa” si giova del medesimo pregio di “Maure”. “Dance Of Taurus”, invece, mostra un’altra cifra stilistica degli Hekate, comune ad altre canzoni: una litania dominante la sezione melodica viene portata avanti con discreto dinamismo dalle percussioni animose che procedono come una sorta di cavalcata. Per circa sei minuti il brano mantiene un’atmosfera statica, dovuta al semplice e apparentemente accattivante gioco melodico delle tastiere, una triade di note alternata che dopo qualche ascolto finisce per diventare un sottofondo o, in alternativa, per stancare. L’impatto è differente e può destare qualche perplessità. Brani dal feeling più sinfonico come “Ocean Blue”, alti momenti evocativi pure se molto marziali e ripetitivi, come in “Morituri Te Salutant”, alla fine costituiscono interessanti e piacevoli sottofondi musicali, senza voler essere filologicamente medievaleggianti o appartenere ad un determinato filone classico.
Un album gradevole, non pregnante né troppo arrangiato, minimalista e tenue. Fatto con stile e con un’esecuzione non virtuosistica (né in termini strumentali, né in termini canori) ma adatta per dove gli Hekate volevano spingersi. Per gli amanti del genere è consigliabile comunque un ascolto preliminare: il livello di intimismo di “Goddess” potrebbe non soddisfare affatto chi ricerca determinate intensità.

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