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Hell Bent For Metal

Eccoci finalmente all’evento metal più prestigioso ed atteso d’Italia. Quest’anno la location è l’Area Fiera di Milano a Rho, location di notevoli dimensioni ed ottimamente attrezzata e confortevole. Nonostante la giornata prescelta sia un mercoledì anziché le consuete edizioni nei weekend degli anni passati, l’affluenza si rivela da subito piuttosto nutrita, complice anche un cartellone di nomi di prima scelta. Ed ovviamente il presunto saluto finale all’attività live dei Judas Priest, IL gruppo heavy metal per eccellenza fin dagli anni settanta. È passato da poco mezzogiorno quando riusciamo finalmente, pass alla mano, ad entrare nell’area concerti e Max ed Igor Cavalera sono già onstage..

Cavalera Conspiracy.
Deve essere dura in questo periodo per Max Cavalera. L’anno scorso coi suoi Soulfly fu relegato ad un palco minuscolo, insieme a band emergenti e vecchie glorie dimenticate, i Sepultura si ostinano ad andare avanti egregiamente senza di lui e questa sua nuova collaborazione col fratello voltagabbana trova spazio al Gods a mezzogiorno! Iniziano ad avere un senso le dichiarazioni pro-reunion che il cantante-chitarrista rilascia negli ultimi tempi. Considerazioni a parte, il breve show della band è potente e ben accolto dal pubblico che si scatena anche in un bel pogo mattutino. Fa un po’ tristezza sentire Max lasciarsi andare ad un banale turpiloquio tipo black metal adolescenziale, ma tant’è, il singer carioca vuole assolutamente riguadagnare punti presso l’audience metal. Brani estratti dai due lavori della band si alternano nella scaletta inframmezzata da “Refuse/Resist” e la consueta “Roots Bloody Roots” in chiusura con i Cavalera brothers che si concedono un abbraccio plateale. Potere del business. Voto 6 ½.

Duff McKagan’s Loaded.
Capelli biondissimi tinti di fresco, ray-ban, tatuaggi in vista. Duff non è cambiato dai tempi in cui con i Guns N’Roses dominava il mondo discografico, la sua musica si. I Loaded sono alla terza release discografica e propongono un hard rock fortemente tinto di punk, primo ed imperituro amore di McKagan. Le qualità del bassista ex gunner in veste di vocalist e chitarrista non sono mai state eccelse, ma viste nell’ottica punkeggiante si rivelano appropriate. L’audience meneghina apprezza a fasi alterne, i teen-agers che non poterono godere dei GN’R nei primi anni novanta acquisiscono un tassello di storia e tutti godono almeno un po’ con “So Fine” e la conclusiva “Attitude” dei Misfits. Voto 6 ½.

Epica.
Il gruppo olandese mette in scena una delle performance più scialbe della giornata. Suoni pessimi, song anonime e band fredda che tratta il pubblico con sufficienza non aiutano a risollevare le sorti di un momento decisamente non memorabile della giornata. I più giovani sembrano comunque gradire la proposta del sestetto symphonic death metal, o quantomeno la presenza scenica della avvenente singer Simone Simmons. I 45 minuti a disposizione della band scorrono senza intoppi e la capacità esecutiva della band è buona nonostante il massiccio ausilio di basi sinfoniche pre-registrate aumentino di molto l’enfasi. Voto 5 .
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Cradle Of Filth.
I vampiri inglesi sfidano temerariamente la luce del sole per uno show pomeridiano dall’impatto purtroppo attenuato. Come da tradizione, la band soffre di un mix confuso e poco incisivo, che logicamente influisce sulla resa finale dello spettacolo. La carriera della band di Suffolk da anni ha imboccato la parabola discendente, come testimonia l’ultimo mediocre “Darkly, Darkly, Venus Aversa” ed i fan del metal estremo convenuti nella giornata odierna inveiscono contro il percorso musicale imboccato dal piccolo Dani e soci. Ci pensano però l’iniziale “Humana Inspired To Darkness”, “Cruelty Brought Thee Orchids”, “Her Ghost In The Fog” e “From The Cradle To Enslave” a ricordare i meriti discografici del combo black-gothic. Dani si presenta con un insolito look caratterizzato da capelli corti e rossi e la sua voce sembra non essere più incisiva come in passato, ma la performance nel complesso è rispettabile e professionale. Voto 6.

Mr.Big.
Inizia a piovere, ma fortunatamente dopo pochi minuti un bel sole accompagnerà la manifestazione fino all’imbrunire. Già dall’ovazione che si è alzata dall’audience nel momento in cui i roadies hanno appeso il telone col logo della band, è stato immediatamente chiaro come l’act americano fosse molto atteso. Freschi di reunion e della pubblicazione del nuovo “What If..” i 4 ipertecnici musicisti fanno il loro ingresso trionfale affiancando alle nuove “Undertow” e “American Beauty” le classiche “Daddy, Brother, Lover, Little Boy”, “Colorado Bulldog” e così via. Nell’abbondante ora e dieci a disposizione del quartetto trovano spazio anche i consueti assoli individuali di Paul Gilbert e Billy Sheehan. Eric Martin è in ottima forma fisica e vocale e tutti gli elementi della band si rendono protagonisti di una esibizione eccellente sotto ogni punto di vista. Notevoli gli impasti vocali che vanno a creare cori perfetti e coinvolgenti. Senza dubbio insieme a quello dei Priest è stato lo show migliore della giornata, peccato soltanto per la mancata esecuzione della stranota “To Be With You”, in realtà attesa vista la comparsa di una chitarra acustica preparata dai roadies prima del concerto. Piccola curiosità: un Duff McKagan entusiasta ai lati del palco ha assistito a quasi tutta la durata del set. Voto 9.

Europe.
Aggiunti alla scaletta del festival non molto tempo fa, i cinque svedesi ex idoli delle teen-agers di tutto il mondo nei tardi anni ’80, suscitano sentimenti contrastanti nel mondo del metallo. Da una parte chi li ritiene poco più di una versione con i capelli lunghi degli A-Ha, dall’altra chi li supporta a spada tratta sostenendone le qualità di rockers di alto livello. La verità pende sicuramente verso questa seconda opzione nonostante il suono della band non sia certamente così duro in fondo. Nonostante l’irrobustimento delle chitarre di John Norum nelle ultime release post reunion, il sound del gruppo rimane ancorato ad un rock vagamente aor di sicuro fairplay. Mentre la band risulta piuttosto statica e freddina, il singer Joey Tempest trascina e coinvolge il pubblico da vero frontman esperto, riuscendo anche a far dimenticare il notevole calo di voce che purtroppo scandisce inesorabilmente lo scorrere del tempo. I brani più recenti come “Start From The Dark”, “Last Look At Eden” e “The Beast” vengono ben accolte dai presenti, mentre ovviamente tutti cantano a squarciagola “Carrie”, “Superstitious” e le conclusive arcinote ed immancabili hit “Rock The Night” e soprattutto quella “The Final Countdown”, croce e delizia della carriera della band. Ai lati del palco un entusiasta Paul Gilbert a seguire attentamente il concerto della band. Voto 7.

Whitesnake.
La vecchiaia non è colpa di nessuno ci mancherebbe, fatto sta che quando un David Coverdale innaturalmente biondo platinato e cotonato e con una corposa dose di eyeliner fa il suo ingresso sul palco, l’immagine di copertina del primo album degli Iron Maiden si fa inevitabilmente strada. Stesso dicasi per la voce del singer britannico. Tanto più la voce di Dani Filth è diventata in un certo senso pulita, tanto più la voce di Coverdale è diventata quella di Dani Filth, soprattutto sui toni acuti. Nulla è rimasto del timbro caldo di “Burn” o del molto più recente bellissimo “Coverdale/Page”. Questa ennesima incarnazione della serpe è tanto pretenziosa e patinata quanto quelle dei tardi anni ’80, ma non possedendone nemmeno una corrispettiva freschezza o verve, o almeno la stessa giustificazione di costume. Si fa come sempre affidamento sulle doti dei singoli musicisti, i quali ovviamente non si fanno pregare per dilungarsi in interminabili assoli individuali da sbadiglio. Nulla da eccepire sotto il profilo tecnico per carità, ma il calo di tensione è insostenibile con un concerto di impostazione talmente obsoleto ed eighties da essere un cliché dall’inizio alla fine. Anche i classici della band come “Is This Love?”, “Still Of The Night” e “Fool For Your Lovin'” soffrono di un’esecuzione di mestiere che a tratti pare essere addirittura svogliata. Posizione in scaletta e accoglienza del pubblico vanno lette come un puro tributo alla carriera trentennale del monicker della band. Voto 5.
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Judas Priest.
Il palco è nascosto da un telone enorme in cui campeggia la gigantesca scritta Epitaph. Enigmatica e triste, foriera di tristi premesse di addio fortunatamente molto ambigue e labili. I roadies apportano gli ultimi allestimenti e l’attesa del numeroso pubblico accorso si fa spasmodica. L’eccitazione è notevole, i dubbi anche: si scioglieranno? Il chitarrista nuovo saprà suonare? Rob Halford si darà ai musical? Ian Hill a sto giro salirà sul palco? Parte “War Pigs” dei Black Sabbath ad un volume particolarmente alto e si fonde poi con lo strumentale “Battle Hymn” presa direttamente da “Painkiller” ed è delirio. Il boato al calo del telone è impressionante ed i 5 dei del metal attaccano con una “Rapid Fire” al cardiopalma. E proprio qui sta la meraviglia di questo tour: senza sconfinare nel malinconico, i Priest rispolverano e ci sparano in faccia almeno un brano preso da tutti gli album incisi ad oggi, incluso, udite udite, “Rocka Rolla”! Che gioia sentire quella “Never Satisfied” che suonava tanto Black Sabbath sulla release targata 1974 e che forse solo i brontosauri britannici ricordano di aver sentito live ad un concerto dei Judas. Ma le sorprese non sembrano aver fine: “Starbreaker”, “Nightcrawler”, “Blood Red Skies” ed una bellissima versione acustico/elettrica, lenta/veloce di “Diamonds And Rust” mandano decisamente in visibilio i defenders accorsi per il tour di congedo di Rob e compagni.

Il palco è accessoriatissimo, un maxischermo posto dietro al drumkit accompagna ogni brano con la copertina dell’album di appartenenza ed il parco luci è fantascientifico. Anche i luccicantissimi costumi di Rob Halford sono sempre suggestivi ed elaboratissimi, come quello da Nostradamus metallico impersonato durante “Prophecy”. Proprio il Metal God per eccellenza oggi ha cantato ben al di sopra delle aspettative, nonostante qualche evidente sconto autoconcesso. Le preoccupanti stecche dell’epoca di “Angel Of Retribution” oggi sembrano lontane e nonostante le due ore abbondanti di show Halford si è dimostrato padrone assoluto del palco e soprattutto della propria ugola, interagendo con la consueta maestria con l’audience, sua fin dalle prime battute.
E che dire di Richie Faulkner? Avere 31 anni e dover sostituire una leggenda vivente, il vero fondatore dei Judas Priest, quel K.K. Downing che ha abbandonato, non senza polemiche baldracca e burattini poco dopo l’annuncio del tour. Non è un compito certamente facile, neppure se da lontano si è esattamente identici a come Downing stesso era nel 1982 o giù di lì. Sta di fatto che, sicuro dei propri mezzi, questo giovanotto spavaldo, mette anima e corpo in quegli storici brani, mantenendone intatto il feeling e riuscendo anche ad inserirvi la propria personalità. E se, ma sottovoce, volessimo dirla proprio tutta, mettendo anche in ombra il buon inossidabile Glenn Tipton, fino ad oggi ascia virtuosa della band, a tratti apparso un po’ appannato. I numeri classici della band non sono mancati ovviamente, dalla tellurica “Painkiller” all’ingresso in moto di Rob che preannuncia “Hell Bent For Leather”. Dal sing-a-long Rob/audience pre-“You’ve Got Another Thing Coming” alla chiusura di “Living After Midnight”. Tutto al posto giusto per ricordarci il motivo per cui oggi si celebrano i 40 anni di una grande, grandissima parte della storia del metal.
E stiamone certi, The Priest will be back!

Non c’è tristezza nel finale del concerto dei Priest ma solo una grande soddisfazione per aver potuto godere nuovamente di tanta energia. Non c’è tristezza neppure perché in fondo al pensionamento dei Priest non ci crede quasi nessuno. Con tanto ancora da dare su un palco chi li può fermare? Il Gods Of Metal quest’anno è finito con i Judas Priest a dichiararci il loro affetto per tutti questi anni di supporto e noi ci avviamo verso casa sicuri di avere appena assistito ad un vero e proprio evento. Oggi non ce ne sono poi molti. See you next year metalheads!!

Judas Priest:

Rapid Fire
Metal Gods
Heading Out To The Highway
Judas Rising
Starbreaker
Victim Of Changes
Never Satisfied
Diamonds And Rust (half acoustic, half electric)
Prophecy
Night Crawler
Turbo Lover
Beyond The Realms of Death
The Sentinel
Blood Red Skies
The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown)
Breaking The Law
Painkiller

Encore

The Hellion / Electric Eye
Hell Bent For Leather

Encore

You’ve Got Another Thing Comin’
Living After Midnight

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