Home > Recensioni > Hell Is For Heroes: The Neon Handshake

Il dono della sintesi

Dall’Inghilterra la risposta all’emocore adolescenziale americano: K.O. alla prima ripresa.
L’attacco basta per frantumare quel naso affilato e quegli zigomi delicati ai giovani dalla frangia sopra agli occhi: una voce matura ben lontana dal piangere sul latte versato dalla propria inadeguatezza, chitarre pesanti che riempiono l’aria, un basso pulsante che sostiene l’impatto, una melodia assimilabile per osmosi e dei cori impreziositi da calibratissimi giochi di voci che saranno l’highlight di tutto il disco. Questo tema ritorna in “Out Of Sight” e regge l’economia di un pezzo giocato su l’alternanza tra urla da screamo-core e break confortanti, che riportano in poche note a proprio agio prima che i timpani tornino a soffrire per la rabbia di urla e chitarre mai così compatte in un disco del genere. La storia si ripete in seguito, sempre con ottimi risultati, mantenendo la carica emozionale sempre in perfetto equilibrio con un’impulsività rock dal suono molto up-to-date. È proprio la freschezza a caratterizzare “The Neon Handshake”, un concentrato di tutte le idee vincenti che l’emocore ha saputo mettere in mostra negli scorsi anni senza trasformarle in cliché da giovane decadentismo perbenista, ben diverso quindi nella forma ma non nella composizione dall’ondata di ciuffi ribelli che non ha ancora terminato di ammorbarci con le proprie crisi esistenzialiste.
Si possono coniugare la melodia e l’introspezione dell’emo con l’energia e la raffinatezza del rock moderno e con la rabbia e l’ardore del punk verace. Non solo: il risultato è quanto di meglio ci si possa aspettare da questi generi.

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