Home > Recensioni > Helloween: Better Than Raw
  • Helloween: Better Than Raw

    Helloween

    Loudvision:
    Lettori:

Nudo e crudo

Power metal mitteleuropeo? Hard ‘n’ Heavy? Heavy thrash? Una qualche progressiva sfumatura intermedia tra tutte queste etichette? Di tutto un po’, semplicemente “Better Than Raw”.
Rispetto al precedente “The Time Of The Oath”, questo disco mostra una produzione più curata, sebbene, per precisa intenzione degli stessi membri della band, ancora non pulitissima. Non solo: si avverte una volontà tangibile e piuttosto fruttifera di spostare in avanti il discorso musicale degli Helloween, proposito completamente assente nel precedente lavoro della band, che si mostrava invece più desideroso di richiamare i fan che la band aveva perso per strada in seguito ad album dai riscontri commerciali altalenanti.
L’opener “Push” (preceduta da un elegante intro sinfonico dall’impossibile titolo “Deliberately Limited Prelude Period in Z”) è subito una sorpresa: una delle più pesanti mattonate firmate dalla band, un metal incazzato, spietato, abrasivo, che richiama da non troppo lontano anche “Painkiller” dei Judas Priest nell’inciso. Nessun timore, comunque, già la successiva “Falling Higher” aggiusta il tiro, spostando il focus del discorso verso la velocità e la melodia tipiche del power metal tedesco. Gli otto minuti di “Revelation” cercano poi di giocare ai metallari intellettuali con qualche ammiccamento a un’attitudine progressive e una struttura piuttosto stratificata e ramificata, ma la canzone, al di là della buona volontà, non impressiona granché. Una venatura vicina all’hard rock si fa invece sentire in quelli che sono con ogni probabilità i pezzi più immediati del lotto, “Hey Lord”, “A Handful Of Pain” o “I Can”, quest’ultima il primo dei singoli estratti dal disco. Se a un certo punto si sentisse la mancanza della componente ironica, bislacca e divertita della band, in una parola la componente “weikathiana”, è su “LAVDATE DOMINVM” che si dovrebbe puntare il lettore cd – una power song molto ben strutturata, solida e melodica, un’ode al Signore interamente cantata in latino (bisogna ammettere che sono anche soluzioni come questa che sorreggono da quasi vent’anni fama e nome della band) – non un esperimento, un semplice divertissement senz’altro ben riuscito.
La traccia conclusiva è “Midnight Sun”, che però nulla aggiunge e nulla toglie al discorso generale di un disco che ha qualcosa da dire, forse meno immediato del suo più diretto predecessore e meno oscuro e “chirurgico” del suo successore, ma ugualmente meritevole di attenzione.

Scroll To Top