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La dinastia dei custodi

Che senso potrà mai avere riesumare un titolo storico come Keeper Of The Seven Keys, riappiccicarlo su un disco dopo quasi vent’anni, in un periodo, artisticamente parlando, certo non felicissimo per gli Helloween? Speculazione?
E perché no, ma potrebbe esserci di più. Per esempio, ed è ciò che dice la band, la voglia di far vedere che il combo tedesco è andato avanti, ha voluto proseguire un cammino che iniziava soltanto, nonostante sembrasse al suo apice, con i due Keeper ottantiani, che è cresciuto per quasi 20 anni e che oggi vuole affermare la propria identità, scontrandosi direttamente con il blasone dei suoi antenati. Certo è difficile per una nuova uscita confrontarsi con un capolavoro ormai consolidato del metal internazionale, semplicemente utilizzando un titolo ad hoc. Così come, in tal senso, a poco serve dividere l’opera in due CD (per un totale di settanta minuti e rotti…), in modo da pareggiare i conti con i due Keeper originari.
Tuttavia l’opener “The King For A 1000 Years”, verosimilmente il miglior pezzo dell’album (e il migliore della storia recente della band), mostra uno standard qualitativo di tutto rispetto, come avevamo già rilevato nell’EP di “Mrs God”. Di suite in effetti ce n’é anche un’altra, sul secondo CD (d’altra parte come sul Keeper 1 c’era “Halloween” e sul Keeper 2 c’era “Keeper of The Seven Keys”), intitolata “Occasion Avenue”, dalle chiare influenze queensrychiane epoca Operation: Mindcrime (nell’intro è difficile non pensare a “Suite Sister Mary”), ma che tutto sommato si rivela meno convincente. Due esempi scelti appositamente per mettere in luce il carattere di questo disco, che si muove tra alti e bassi, senza soluzione di continuità e senza un’apparente ragione, se non, forse, l’ispirazione che a volte c’è e a volte no. [PAGEBREAK] Se infatti è assolutamente degna di nota una canzone come “The Invisible Man” (un altro highlight del disco), pezzo ottimamente congegnato e piuttosto compatto, da dimenticare sono tracce come le veloci e melodiche “Born On Judgement Day” (con un break strumentale che fa il verso a quello di “Eagle Fly Free”) e “Do You Know What You’re Fighting For” (dotata di un ritornello proprio non riuscito), che hanno sì buone idee, nascoste però in una selva di mediocrità che non si addice al monicker stampato in copertina. E si continua: alla divertente e più helloweeniana nel senso stretto del termine (melodie, ritornello “aperto”, ironia) “Come Alive”, si contrappone la becera “Silent Rain”. Al terzo highlight del disco, “Pleasure Drone”, tra hard rock e power tedesco, con break centrale più progressivo, si affianca la discreta e canonica “Light In The Universe”, con una Candice Night nelle vesti di guest-star, che pur non impressionando sfaccetta come può il sound complessivo. Senza dimenticare “The Shade In The Shadow”, che sembra uscire dal songbook dei Kamelot.
The Legacy non cerca di scimmiottare i Keeper Of The Seven Keys di una volta, ne riprende sì alcuni cliché, ma li reinterpreta alla luce di quello che è, oggi, il sound della band. E bisogna tenere conto, nel valutare questo disco, del fatto che questa formazione vede alla voce Andi Deris, non più Kiske, che può contare sui servigi del preparatissimo e simpatico Sacha Gerstner, ottimo chitarrista capace anche di un buon songwriting, a lui infatti si devono alcune tra le migliori composizioni degli ultimi due album helloweeniani, ma che comunque non vale né il Kai Hansen, né il Michael Weikath dei tempi d’oro. Una band che vede lo stesso Weikath ormai non più capace di idee compositive vincenti e non ne conosce il motivo. Quel gruppo che ormai cambia un batterista ad ogni uscita discografica (a volte anche più di uno, comunque oggi c’è Dani Loeble), che non sforna più instant-classic da più di un lustro a questa parte, perché il coniglio non esce pi? facilmente, come una volta, dal cappello dei maghi di Amburgo domiciliati alle Canarie.
Quella band che, forse, ha perso un po’ se stessa.

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