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  • Helloween: Pink Bubbles Go Ape

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Sperimentazione?

“Pink Bubbles Go Ape” segna la fine dell’epoca d’oro delle Zucche di Amburgo, quella iniziata con l’EP di debutto omonimo, proseguita con “Walls Of Jericho” e sancita definitivamente dal successo di critica e pubblico dei due “Keeper Of The Seven Keys”. “Pink Bubbles…” non deluse a livello artistico, ma commerciale: era infatti lecito aspettarsi volumi di vendite superiori a quelli che registrò questo album, tenuto peraltro conto degli ingenti investimenti fatti per registrazioni e produzione (affidata a Chris Tsangarides, produttore anche di “Painkiller” dei Judas Priest).
In sé questo lavoro non era assolutamente malvagio, poteva anzi vantare pezzi dall’incontestabile valore quali “Number One” (Weikath), pur nella sua atipicità, l’ottima e articolata “Mankind” o l’instant classic “The Chance” (queste ultime due scritte dall’allora debuttante Roland Grapow, subentrato al posto di Kai Hansen, l’assenza del quale incise fortemente sulla “credibilità” di questo disco).
Caratteristica saliente del lavoro in questione fu il condizionamento che derivò dal ruolo preponderante, soprattutto se confrontato al passato più prossimo, che assunse il songwriting di un Michael Kiske in preda al proprio Ego, all’epoca forse di dimensioni smisurate, intenzionato com’era (riprendendo pressappoco testualmente ciò che il cantante stesso avrebbe dichiarato qualche anno più tardi) a dimostrare che sarebbe stato capace di cantare qualsiasi tipo di canzone, dalla metal-song alla semi-pop ballad da classifica – praticamente da una “Kids Of The Century” a “Your Turn”, passando per la simpatica”Goin’ Home”, insomma.
La chiave di lettura più opportuna per questo lavoro sta comunque in questo: pochi anni dopo aver introdotto al grande pubblico il famigerato “Speed-Power melodico”, gli Helloween decisero di abbandonare, in parte e momentaneamente, il fortunato format sonoro per sperimentare soluzioni nuove, a loro modo innovative, non solo cedendo alla tentazione del lentone strappalacrime inserendo “Your Turn”(cosa che peraltro avevano già più o meno fatta con “A Tale That Wasn’t Right”, sul Keeper 1), ma soprattutto provando a introdurre elementi e influenze inedite per la band di Amburgo, e si pensi proprio a “Number One”, o a “Back On The Streets”, “Heavy Metal Hamsters”, “I’m Doin’ Fine – Crazy Man”. All’ascolto di queste ultime tracce è facile non solo scorgere soluzioni derivate soprattutto dal rock e dal pop, quanto piuttosto un diverso modo di fare musica e di presentarsi al pubblico. L’idea era buona e avrebbe meritato anche evoluzioni successive, ma si distaccava sensibilmente dallo stile artistico al quale pubblico e media avevano già inchiodato il monicker Helloween.
Probabilmente pensò lo stesso anche Kai Hansen, che infatti abbandonò la band prima ella pubblicazione di questo disco, per divergenze d’opinioni sul futuro cammino artistico dei Nostri, sorte, pare, durante il “Pumpkins Fly Free Tour” del 1988-’89. I frutti della diaspora sono noti a tutti, così come le considerazioni, ovvie, che si possono fare confrontando “Pink Bubbles Go Ape”, con il debut-album dei Gamma Ray, il metallico e dinamico (nonché molto ortodosso) “Heading For Tomorrow”.

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