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Le zucche scure

Pubblicato nel 2000, “The Dark Ride” si poneva come l’album più oscuro mai realizzato dagli Helloween. Era anche l’album con la migliore produzione (non a caso il lavoro in regia fu affidato a Charlie Bauerfeind e Roy Z, due dei nomi più quotati nel panorama metal), mai realizzato dalla formazione di Amburgo.
Spesso e volentieri si è parlato, non completamente a sproposito, di vera e propria svolta attraverso il ricorso ad ambientazioni e atmosfere sonore da sempre piuttosto lontane dal solito Helloween-Sound. In effetti ambientazioni più oscure e cupe, testi più sinistri e suoni moderni e chirurgicamente precisi sono tutti elementi fondanti della personalità di questo disco, a cui peraltro il pubblico ha risposto in maniera non del tutto positiva. Ma risulta in ogni caso difficile negare alla band il rispetto che merita chi tenta di proporre al proprio pubblico qualcosa di nuovo, anche se non per forza in termini assoluti ma soltanto in relazione al proprio songbook. Si potrà tuttavia dire che pezzi come “All Over The Nation” o “Salvation”, firmati da Michael Weikath, risultano piuttosto vicini al passato della band, ma all’interno dell’economia generale del disco sono davvero episodi trascurabili.
“The Dark Ride” non si nutre di malinconia, pur presente in “If I Could Fly” e “Immortal” (entrambe siglate da Andi Deris), né di tristezza, quanto piuttosto di rabbia, cattiveria e oscurità. “Escalation 666″, la stessa title track (entrambe opera di Roland Grapow) o “Mirror Mirror” (Deris) costituiscono conferma di quanto appena detto. Un metal non più gioviale e scanzonato, ma grintosissimo, severo e heavy per davvero, diventa in quest’occasione il territorio artistico degli Helloween (e qualche tempo più tardi, lo sarà dei Masterplan, nati da una costola della formazione che diede alle stampe “The Dark Ride”).
Ottime le composizioni griffate Uli Kush, “Mr.Torture” e “The Departed (Sun Is Going Down)”, ed è infatti proprio la coppia Kush- Grapow a firmare le tracce più interessanti ed accattivanti dell’intero lavoro: non è solo un fatto di migliore adattamento al mood generale del disco, fatto per altro non del tutto infondato, quanto piuttosto una questione di ispirazione, che nelle loro canzoni sembrava semplicemente più efficace e convincente.
Il male di “The Dark Ride”: formalmente perfetto, non una nota fuori posto, mixaggio e suoni impeccabili, non riesce però a offrire quella intuizione, quel guizzo definitivo, come tanti ce ne erano stati nel passato del combo tedesco, che sicuramente avrebbe permesso al disco di assestarsi su altri livelli qualitativi. Il giudizio finale non è comunque negativo, ma manca ancora qualcosa per poter parlare di “The Dark Ride” come di un disco di livello assoluto.

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