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  • Helloween: The Time Of The Oath

    Helloween

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Fuori di Zucche

Metabolizzato lo schock per l’abbandono del grande Kiske (singer dotato di una voce guizzante e di un timbro inconfondibile), grazie anche ad un album di buona fattura come il precedente “Master of the Rings”, gli Helloween pubblicano questo “The Time of the Oath”. Della vecchia band power tedesca ormai c’è ben poco, e con la dipartita di Kai Hansen e Ingo Switchemberg il sound dei due “Keepers” è ormai un lontano ricordo. Con questo secondo album dell’era post-Kiske gli Helloween fugano definitivamente i dubbi circa la loro capacità di sopravvivere ai flop di “Chameleon” e “Pink Bubbles Go Ape”, due album sperimentali, interessanti ma decisamente fuori dalle corde delle cinque zucche. Andi Deris prende finalmente piena coscienza della sua ottima caratura di cantante, distaccandosi da ogni residuo imitativo e spingendo con vigore sui tasti delle proprie abilità specifiche (cosa che invece non sembra riuscire in un’altra band storica, stavolta inglese, che costringe il nuovo singer a scimmiotare pallidamente una vecchia gloria), e sfodera un’nterpretazione assolutamente convincente. Niente acuti cristallini, Andi si difende però più che bene, grazie ad una timbrica sporca ed accattivante, perfettamente in linea con il metal più grasso e ruvido (fortemente debitore nei confronti di certo hard) elaborato dai ‘nuovi’ Helloween. I brani, soprattutto in apertura, mostrano idee interessanti, oltre ad un gusto particolare per le melodie orecchiabili ed incisive, oltre al proverbiale sense of humor della band, ben esemplificato dall’ottima “Anything My Mama Don’t Like”. Al di là della citata track, dotata di un groove sensazionale, vanno sottolineati anche altri episodi di questo ottimo album, partendo dalla classica “Steel Tormentor”, fino alla roboante ed epica “Before the War”, passando per l’anthemica “We Burn” e la ritmata “Wake Up the Mountain”. In mezzo, prima che i toni cupi comincino a prendere il sopravvento, la coppia melodica “Power”-”Forever and One”, una ballad, quest’ultima, di grande intensità. Le soluzioni armoniche, pur leggermente rovinate da una produzione senz’altro migliorabile (troppo confusa – e pensare che diverrà costante nella produzione delle Zucche), sono quasi sempre efficaci, e non mancheranno di imprimersi a fuoco nelle menti di tutti gli amanti del metal più diretto e melodico. Nessuna novità clamorosa, niente rivoluzioni né colpi di genio, ma i tempi dei seminali “Keepers” sono definitivamente conclusi – i fan si rassegnino: si trattava di un altro contesto e sarebbe materialmente impossibile tornare a pubblicare lavori di quel genere. Gli Helloween al tempo di “The Time of the Oath” sono quindi una più che valida band di power-heavy, sempre abilissima nel catturare l’audience con brani magnetici e ritornelli orecchiabili, grazie ad una malizia compositiva frutto della lunga esperienza acquisita e alla grande perizia esecutiva. Sono una band che dopo alcune difficoltà si può rituffare a testa bassa nel mercato heavy metal, conscia di star vivendo una seconda, florida giovinezza (nonostante il leggero appannamento che tornerà a caratterizzare il nuovo millennio, in un processo pressochè ciclico), e le convincenti prove live ne sono prova lampante.

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