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Helloween: Young Rabbits

Milano, una tiepida giornata primaverile – i due axe-man degli Helloween e noi. Sotto lo sguardo sornione di un Michael Weikath alle prese con la sua prima colazione (a base di pizza e cappuccino: potenza dei tedeschi), il neo-acquisito pumpkin-head Sascha Gerstner ci illustra gli aspetti più rilevanti di “Rabbit Don’t Come Easy”, travagliata prova in studio della band di Amburgo.

Prima di tutto, Sascha Gerstner chi è?
Ho suonato nei Freedom Call, ma ho lasciato questa band per alcune divergenze tra me e loro.
Nel periodo tra lo split con i Freedom Call e la chiamata degli Helloween ho suonato in una cover band.

Come mai hai lasciato i Freedom Call?
Diciamo che non ero contento della situazione all’interno della band: non ero libero di far valere le mie idee, non potevo proporre i miei riff, il mio modo di suonare la chitarra. Dovevo suonare nota per nota quello che mi dicevano gli altri. “Fai questo vibrato, qui. un altro là, fai un bending così e fai un bending cosà”, cose così… Ho lasciato la band perché volevo essere libero di esprimermi come meglio credevo e volevo. Quando ho iniziato a suonare ho imparato a far nascere le canzoni insieme agli altri membri del gruppo, svilupparle insieme, suonare insieme, mentre invece nei Freedom Call non era così.
Quella band è in realtà un progetto di Chris Bay e Dan Zimmermann, loro detengono tutto il potere all’interno del gruppo e non lascano granché spazio agli altri musicisti. Io credo che una band abbia bisogno di un leader, anche due, nessun problema, ma loro due sostanzialmente monopolizzavano tutta l’attività all’interno del gruppo, scrivevano i pezzi per i fatti loro e prendevano loro le decisioni artistiche più importanti. Parecchie volte ho chiamato Chris per dirgli che avevo delle ottime idee per le canzoni e mi sarebbe piaciuto fargliele sentire ed eventualmente svilupparle con lui e gli altri, ma mi rispondeva praticamente sempre che aveva già scritto tutto con Dan e non se ne faceva niente.

Credo tu fossi un ammiratore degli Helloween anche prima che ti unissi alla band, non è vero?
Ehm… in realtà questa è una cosa molto buffa, ma io, pur avendo sentito parlare di loro davvero tanto, non ho mai posseduto un disco degli Helloween, prima di entrare a far parte della band!
In realtà il mio primo contatto con lo speed metal l’ho avuto con i Freedom Call, prima ero molto più vicino alla scena progressive metal, infatti mi piacevano e mi piacciono tuttora molto Dream Theater, Symphony X e tutto ciò che più o meno ricorda quello stile lì. Poi pensa che il mio chitarrista preferito è George Lynch dei Dokken, quindi un’altra delle mie influenze è senz’altro il metal di metà anni ’80. Dokken, Pretty Maids…

Ok, veniamo a “Rabbit Don’t Come Easy”: come avete scelto un titolo come “Rabbit Don’t Come Easy”? Chi l’ha proposto?
In realtà è un’idea di Weiki!
Il significato è legato ai vari problemi avuti durante la realizzazione di questo disco. Ad esempio con il batterista, Mark Cross, che poi si è ammalato piuttosto seriamente. Inoltre anch’io un paio di volte ho avuto qualche piccolo problema di salute, per fortuna non grave. Poi c’erano molti errori nelle parti… Insomma: un “parto” piuttosto difficile, che ci ha fatto pensare, per il suo titolo, ad un prestigiatore che vuole far un numero magico, come tirare fuori un coniglio dal suo cilindro magico; ma il coniglio non riesce ad uscire facilmente, bisogna fare un po’ di forza per tirarlo fuori! Una specie di metafora riguardante la realizzazione del disco, ecco il perché di “Il coniglio non viene facilmente”, “Rabbit Don’t Come Easy”: e sì, in effetti ne abbiamo avuti proprio parecchi di problemi con il nostro coniglio!!! (ride)

Parliamo delle canzoni: in “Rabbit Don’t Come Easy” ci sono molte canzoni che portano la tua firma. Le hai scritte apposta per questo disco o era roba che avevi già pronta nel “cassetto”?
Non tutte. Diciamo che “Open Your Life” l’ho scritta insieme a Weiki la scorsa estate, a Tenerife, subito dopo il mio ingresso nella formazione: gli ho fatto sentire il riff e abbiamo iniziato a tirare giù tutto il resto. “Sun 4 The World” invece l’ho scritta due anni fa, l’avevo fatta sentire a Chris che l’aveva scartata perché diceva che non era abbastanza Freedom Call – secondo lui era troppo simile agli Stratovarius o Dream Theater e i Freedom Call non avevano bisogno di roba del genere. Si ritorna a ciò che ti dicevo prima…
Eh sì, bisogna proprio suonare negli Helloween per poter suonare la propria musica! (ride)
Poi ho scritto anche “Listen to The Flies” che è venuta fuori dalle session per “Rabbit Don’t Come Easy”. In questa canzone Andi (Deris ndr) ci ha messo tanta farina del suo sacco, ha ritoccato le melodie vocali in più di una parte e ha suggerito alcuni ritocchi strumentali. Comunque abbiamo sempre lavorato insieme e devo dire di essermi trovato molto bene a lavorare con lui! Ho dato anche alcuni riff alla canzone di Markus “Liar”, qualche rhythm pattern, qualche ritocco qua e là, cose così.
Direi che abbiamo lavorato proprio come una band, ed è stato davvero molto divertente: come nei miei sogni! (ride)
[PAGEBREAK] Penso che “Rabbit Don’t Come Easy” sia un album molto importante per gli Helloween.
Sì, assolutamente.
Inoltre per me è un modo per dimostrare alla gente che un venticinquenne coi capelli corti (ma che c’entra?… ndr)come me è in grado di suonare la chitarra su un disco degli Helloween!

Chi ha registrato le chitarre per il disco? Alcune persone parlano del disco come se le chitarre fossero state registrate tutte da Michael, ma ascoltando il disco a me non sembra.
Infatti non è vero! Io ho registrato 8 tracce del disco e Michael quattro.
Forse c’è tanta gente che non riesce a credere al fatto che un venticinquenne possa suonare con gli Helloween lungo tutto il disco. E invece si sbagliano!

Ma perché, scusa, c’è chi ha detto che non saresti stato in grado di farlo?..
(prima di rispondere Sacha si concede una grossa e grassa risata, molto tedesca… ndr) Vedi, il problema è che quando abbiamo pubblicato il primo album dei Freedom Call, “Stairway to Faryland”, in promozione si puntò molto l’accento sul fatto che la band aveva un giovane, nuovo e formidabile guitar-hero, ma visto che, come ti ho detto all’inizio, nella band non ero in grado di suonare nella maniera che volevo, non c’è granché in quel disco, chitarristicamente parlando. E allora magari tanta gente ha pensato che io fossi un bluff. Sicuramente tanti avranno pensato che, conoscendo i Freedom Call, io non sarei stato in grado di coprire il ruolo in maniera adeguata. Spero solo che con questo disco, nel quale ho potuto portare il mio playing, le mie idee, ho potuto registrare senza nessun’altro nello studio a parte Charlie, quindi in modo piuttosto libero, io possa riuscire a far capire alle gente quello che effettivamente valgo!

Personalmente non credo che “Rabbit Don’t Come Easy” sia un’evoluzione dello stile della band, e nemmeno un qualcosa “di nuovo”. Credo che troppe volte riproponga soluzioni già adottate dalla band in album come “The Time Of The Oath” o “Better Than Raw”, nonostante ci siano comunque degli elementi che differenziano i tre dischi. Probabilmente avete voluto rassicurare i vostri fan, quasi a dire” Ehi, noi siamo di nuovo qua!”…
Beh… Penso che “The Dark Ride” sia stato un po’ un azzardo. Voglio dire: a me piace molto quel disco, ma non è per nulla “Helloween”: non è lo stile della band, quello. Quindi penso sia stata una cosa giusta tornare un po’ indietro e riprendere un discorso che proprio “The Dark Ride” aveva per così dire interrotto. Però penso ci sia un po’ di evoluzione in questo disco: ogni canzone è diversa, non puoi trovare due canzoni uguali alle altre. Heavy Metal, Speed, Hard Rock, parti buffe… c’è tanta roba dentro!

Sì, è vero, ma secondo me è la stessa che c’era già su altri vostri album. Le uniche parti che trovo effettivamente “innovative”, per gli Helloween, sono quegli inserimenti elettronici che si sentono su pezzi come “Do You Feel Good” o “Back Against The Wall” (poca roba, comunque). Penso che in futuro svilupperete ancora questo aspetto della vostra musica?
Vedi, io credo sia importante riuscire a far converge le tue idee su un disco, qualunque esse siano. Se per esempio volessimo fare una punk song, credo sarebbe giusto si facesse una canzone punk. Non puoi stare a sentire tutto quello che dicono i fan, a riguardo della direzione da far prendere alla tua musica: devi farla per te stesso e se piacerà, tanto meglio! Bisogna sentire quello che si suona e ripeto, se dovessimo scrivere una canzone punk rock, e ci dovesse piacere, stai sicuro che andrà sicuramente sul disco! Sei un musicista, puoi fare quello che vuoi!

In effetti siete una delle poche band a potersi permettere un ritornello raggae di una propria canzone!
Sì, quella è un’altra delle idee strambe di Michael, È lui che ha voluto il ritornello raggae! Se n’è arrivato con “Nothing To Say”, la canzone in questione, già con quel ritornello! È questa una delle cose che più mi piace del suo songwriting: quando vuole metterci dentro un’idea strampalata, la mette e basta. Michael scrive esattamente ciò che vuole. Credo che questo sia il modo migliore di lavorare… E poi così è il suo carattere.
[PAGEBREAK] Quali sono le canzoni più rappresentative del disco, secondo te?
Be’, sicuramente “Just A Little Sign”, il primo singolo, che dimostra proprio che “Gli Helloween sono tornati!”. Certo, forse ti sarà sembrata simile a tante altre canzoni degli Helloween, ma credimi, dopo “The Dark Ride”, era importante far vedere alla gente che la band era tornata quella di una volta, “Back to The Roots”!
Un’altra canzone che credo potrà piacere non soltanto ai fan del gruppo è “Liar”, una canzone molto potente, molto heavy. Comunque, per quella che è la mia opinione sul disco, credo non si possano trovare due canzoni uguali. Penso che “Rabbit…” sia un album davvero molto vario.

“Rabbit don’t come easy” è il primo album degli Helloween dopo la dipartita di Roland Grapow e Uli Kush, che hanno poi formato i Masterplan per contiuare a sviluppare il concept sonoro di “The Dark Ride”: ti è piaciuto il debutto dei Masterplan?
Sì, bel disco, m’è piaciuto! Hanno davvero un gran cantante, mi ricorda a volte Ronnie J. Dio, altre volte Coverdale. Molto bravo davvero! Sono riuscito a vederli anche dal vivo, in Germania, nel concerto con gli Hammerfall, però in quell’occasione non è che mi abbiano entusiasmato. Loro sono bravi, ma non funzionavano le canzoni… Non so come spiegarti, non avevano poi questo gran “tiro”. Certo il cantante era davvero molto bravo, e le canzoni su disco piacciono molto anche a me, ma dal vivo proprio non funzionavano. Almeno secondo me, poi magari mi sbaglio.

In realtà non sei l’unico a dire una cosa del genere, ho già sentito altre persone non parlare benissimo degli show dei Masterplan.
Be’, è, un peccato… dico davvero! Tra l’altro questa è una cosa che invece non succedeva con i Freedom Call, che avranno pure uno stile abbastanza vicino agli Helloween, a livello generale, ma le loro canzoni funzionano dal vivo! Il loro “Party-Metal” funziona! (ride) Metal adatto per i party, bello allegro: Happy Metal! Anche se noi più che happy metal eravamo soliti dire “Popal”, “POP- AL”, una via di mezzo tra “Pop” e “Metal”!…(ride)
Be’, il “Pop-al” dal vivo funzionava! La gente si divertiva, cantava le canzoni. Sebbene io non riesca ad ascoltare un album dei Freedom Call dall’inizio alla fine (e potresti non essere l’unico. ndr), non c’è dubbio che dal vivo i loro show sono assolutamente coinvolgenti e divertenti!

Torniamo a noi. Prima della release di questo disco ho sentito molte voci che lo definivano come un album di ” un ritorno alle atmosfere assolutamente divertenti, spensierate e scanzonate degli esordi della band. Secondo me è vero solo in parte però: in tracce come “Back Against The Wall” o anche la stessa “Just A Little Sign” c’è molta rabbia nella musica e nel modo vostro modo di suonare. Certo, non siete diventati i Marduk, ma non me la sentirei di definire “Rabbit…” come un album assolutamente spensierato.
Be’, non saprei dirti con precisione. Certo è vero che tante cose successe tra “The Dark Ride” e “Rabbit…” sono state abbastanza spiacevoli, ed è possibile che la rabbia accumulata in passato, e per quel che mi riguarda anche nell’esperienza coi Freedom Call, sia confluita nelle nuove canzoni. Tieni però presente che anche una stessa canzone, suonata in momenti diversi, può avere un appeal diverso: uno stesso pezzo avrà un flavour diverso a seconda che venga suonato dopo una brutta giornata oppure una gran bella giornata… Stessa cosa quando scrivi un pezzo, ovviamente.

Cos’è che più ti ha colpito della tua ancor breve militanza negli Helloween?
La cosa che mi piace maggiormente di questa band è che puoi fare esattamente ciò che vuoi, senza comprimersi e reprimersi in un particolare genere o stile musicale, nessuno che ti dice cosa devi o non devi fare. Questo è ciò che più apprezzo.

È strano che tu dica una cosa del genere, perché l’opinione comune è che in casa Helloween comandi Weikath, è lui a decidere la via stilistica da seguire, ed è affiancato al massimo da Deris, mentre per gli altri membri la libertà decisionale viene molto ridotta (fonte Hansen-Kiske, prima e Grapow-Kush dopo… N.d.r.).
No, le cose non stanno esattamente così. Voglio dire: lo stile deriva dal feeling che si crea all’interno del gruppo, non da decisioni prese a tavolino da un “capo” in particolare. Oggi tra noi c’è un clima molto amichevole, che permette ad ognuno di esprimersi al meglio, potendo sviluppare le proprie idee insieme a gli altri. Ad esempio in “Sun 4 The World”, “Liar” o in altri pezzi, ci sono delle piccole parti quasi progressive che sono una mia idea. Ma nonostante ciò, quei pezzi continuano ad essere “Helloween”. Direi proprio che lo stile della band, la sua caratterizzazione deriva dal gruppo nella sua totalità. Secondo me anche facessimo una canzone punk, come ti dicevo prima, suonerebbe anche quella “Helloween”. Anzi, Ehi, Michael, sul prossimo disco che ne diresti di afre una canzone punk, secondo me sarà “helloweeniana” pure una canzone così! (dice rivolgendosi a Michael Weikath, seduto un po’ più in là ndr)
(Michael Weikath) Sì, sì, non ci sono problemi… La scrivi tu?
(Sacha Gerstner) Vedi, c’è tanta gente che cerca di copiare il sound degli Helloween, ma non ci riesce semplicemente perché noi facciamo quello che vogliamo, mentre gli altri si affannano a camminare sui passi degli Helloween, si forzano a scrivere secondo lo stile helloweeniano, ma c’è poco da fare. Al massimo riescono a copiare il drumming, alcuni accordi e passaggi, ma la sostanza non riusciranno mai a copiarla.
[PAGEBREAK] In effetti gli Helloween sono sempre stati una band molto aperta a diverse influenze, arrivando addirittura al pop di Beatles o ABBA.
Sì, quelle sono influenze che porta Michael.

Secondo te questa mentalità così “aperta” è una delle ragioni del successo del gruppo?
In effetti i membri del gruppo sono tutti “open-minded guys”, e questo senz’altro contribuisce alla creazione di uno stile personale. Tanta gente vorrebbe copiarlo, ma non ci riesce perché non sa riprodurre il feeling alla base di tutto. Come ti dicevo: puoi copiare il drumming, le ritmiche velocissime di chitarra, qualche altro elemento formale, ma gli Helloween rimarranno qualcosa di diverso, perché agli altri mancherà sempre “quel” feeling! Questo ovviamente non capita solo per gli Helloween: quando avevo 16 o 17 anni suonavo in una band, facevamo prog metal, e riuscivamo anche a fare qualche cover dei Dream Theater. Ti dirò, riuscivamo a riprodurre delle ritmiche elaborate, dei tempi dispari, degli assoli iper-tecnici, ma mancava sempre un qualcosa, quel qualcosa di cui dicevamo prima. Credo sia sempre così: certe band hanno un qualcosa d’intangibile, ma importantissimo, unico ed inimitabile.
Tornando al discorso di prima, l’essere open-mind certamente non può che aiutare. Per quel che mi riguarda, ad esempio, sono un grandissimo fan di Tori Amos, che pure canta accompagnata principalmente solo da un pianoforte. Dovrei ascoltare metal, certo lo faccio e mi piace molto, ma non riesco ad ascoltare solo quelle cose soltanto perché così sono più “true”… Voglio dire, è anche abbastanza ridicolo, come discorso. Tanta gente invece si forza ad ascoltare solo e soltanto Metal, per sentirsi un vero metallaro.
Noi non siamo così: accanto al metal ci piacciono cose diverse e proprio perché ci piacciono, ascoltiamo cose diverse.

Tipo?
Be’, Tori Amos, come ti dicevo, ma in questo periodo ascolto anche molto “Operation:Mindcrime” dei Queensrÿche (ah, non metal?… ndr). È un disco che per circa 8 anni era rimasto sul mio scaffale e che un bel giorno ho ripreso e ultimamente lo metto su spessissimo: davvero un gran disco!
Ascolto anche roba indiana, fatta col sitar, che ogni tanto mi diverto a suonare, magari seduto sul divano di casa mia, con la televisione accesa senza volume e io lì che strimpello!… (ride)

Il Sitar, Che poi è un altro elemento atipico di “Rabbit”
Sì, è presente su “Sun 4 The World” e “Never Be A Star”, sai, ogni tanto mi diverto a suonarlo…

Conclude sorridendo, Sacha. Come lui, e sorridiamo anche noi, contenti di aver parlato con una persona genuina e davvero piacevole.

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