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High as the moon

Dieci lunghissimi anni. Questo il lasso di tempo che noi poveri italici abbiamo dovuto attendere prima di rivedere i corvacci di Atlanta sui nostri palchi. Con tanto di scioglimento e reunion nel frattempo, nuovi rimaneggiamenti di line-up inclusi e release di due album decisamente complessi ed adulti. E proprio alla vigilia di una nuova indefinita e pluriannunciata pausa riusciamo finalmente a riassaporare le atmosfere lisergiche di un loro show.

Nella suggestiva cornice offertaci dal cortile del Castello Sforzesco di Vigevano, la band di Paolo Bonfanti apre magistralmente la giornata forse più attesa di questa edizione del festival “Dieci Giorni Suonati”, riversando torrenziali blues sul già numeroso pubblico accorso. Il bluesman mancino scalda a dovere l’atmosfera e le zanzare iniziano a mietere vittime su vittime, è proprio il caso di dire che il blues oggi ha avuto il suo tributo di sangue, come da tradizione.

Sono da poco passate le 22.30 quando il sestetto capitanato dai fratelli Robinson fa il suo ingresso sul palco, come sempre senza trionfalismi, senza autocelebrazioni.
L’omaggio del pubblico è impressionante, Chris saluta con la mano ed il fratello Rich stende subito tutti sparando il celeberrimo riff di “Sting Me”. Ottima e carica apertura seguita a ruota da quella “Jealous Again” che 21 anni fa catapultò la band sulle heavy rotation mondiali. L’audience è in visibilio e la resa sonora notevole. Rich fa una piccola sbavatura, Chris lo guarda divertito e lui incredibilmente ricambia il sorriso.

Lo show entra nel vivo e la band propone “Good Morning Captain” da “Before The Frost” mostrando la propria acquisita maturità compositiva. Ma è tempo di ricordare a tutti come i Crowes non siano tanto una hitmaker band, quanto una grande live jam band come quelle di un tempo. Ed ecco allora che da quel capolavoro epocale che fu “Amorica” i bad guys ripescano la southern “Wiser Time” in una rendition chilometrica e piena di improvvisazioni e dialoghi solisti dei vari membri del gruppo. Proprio questo brano rappresenta forse l’apice della serata.
[PAGEBREAK] Su un tappeto spettacolare intessuto dalla batteria dell’inossidabile Steve Gorman e dal creativo basso di Sven Pipien, tocca pertanto al tastierista Adam MacDougall deliziarci con un lungo solo di Fender Rhodes per poi cedere il posto ad un solo strabiliante del talentuoso Luther Dickinson.

L’atmosfera è d’altri tempi, sembra di trovarsi al Fillmore di San Francisco nel 1970 al cospetto di Duane Allman tale è la maestria di questo ragazzo. Non a caso lo spazio concesso sia su palco sia musicalmente nei corvi a questo straordinario chitarrista è decisamente sintomatico. Il suono pieno e rotondo della sua virtuosa slide fingerpicking si fonde ad un certo punto con la fragorosa e corposa chitarra di Robinson e riporta la song nei binari canonici raccogliendo applausi meritati e sinceri al suo termine.

Chris Robinson è pacato, interagisce molto poco con il pubblico, sembrando anche un pochino freddo rispetto allo scatenato hippy perennemente stonato che fu. Anche la sua voce ha perso qualcosa in estensione, ma il trasporto interpretativo che da sempre il singer riesce ad infondere alle rivisitazioni live dei propri brani dona nuova vita e luce a canzoni già perfette di per sé.
Solo dieci i pezzi proposti dalla band in questa sede, pochini invero per farsi perdonare un decennio di latitanza, ma peraltro lo show si aggira comunque attorno alle due ore di durata grazie alle varie improvvisazioni dilatate inserite nelle song.

Ecco per cui l’unico bis possibile, la coinvolgente “Remedy”, manifesto rock tinteggiato di soul targato 1992, che fa saltellare e cantare tutti prima di mandarci a casa pieni di peace and love.
Goodbye bad guys!

Sting Me
Jealous Again
Good Morning Captain
Soul Singin’
Wiser Time
Poor Elijah
Oh Josephine
Thorn In My Pride
Hard To Handle
She Talks To Angels

Encore:
Remedy

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