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High Tide: Sea Shanties

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Tsunami psichedelico

1970. L’anno di “Black Sabbath”, “In Rock” e “Led Zeppelin III”. Ma anche l’anno dell’omonimo disco degli Arzachel e di “Sacrifice” dei Black Widow. Proprio a questi ultimi due va avvicinato questo debutto sconvolgente degli High Tide, gruppo inglese da sempre lontano dalle grandi luci ma che con due dischi ha saputo creare un suono unico ed incredibilmente originale.

Il gruppo nasce nel 1969 fondato da Tony Hill, chitarrista e cantante proveniente dai Misunderstood, band psichedelica che riscosse un discreto successo nella seconda metà degli anni 60 con un pop/rock psichedelico piuttosto originale. Subito a lui si aggiunge Simon House al violino elettrico e nascono così i due principali tratti distintivi degli High Tide: Hill crea incessantemente muri di chitarre stratificate in modo da generare un muro di suono inaudito per l’epoca, memore della lezione del Jimi Hendrix più casinista, sul quale il violino spesso distorto di House danza creando linee melodiche magnetiche che vanno da leggeri arabeschi a vere e proprie sfuriate.

Quando ai due si aggiungono Peter Pavli al basso e Roger Hadden alla batteria ecco nascere la formazione che registra questo “Sea Shanties”. Un disco seriamente in grado di frullare il cervello all’ignaro ascoltatore. Il solo inizio di “Futilist’s Lament” lascia a bocca aperta: il suono della chitarra di Hill è mostruoso nella sua distorsione gigantesca e i riff che ne escono sono semplicemente incredibili. Si potrebbe pensare al suono più pieno dei Cream o al già citato Hendrix, ma non basta: qui si va oltre come solo i Black Sabbath (e gli Zeppelin di “Immigrant Song”) hanno fatto quell’anno spingendo l’hard rock veramente vicino ai limiti dell’heavy e talvolta anche oltre. La voce di Hill ricorda vagamente quella di Jim Morrison aumentando l’aura psichedelica dell’album.
[PAGEBREAK] “Sea Shanties” è uno dei dischi chiave per l’epoca del passaggio di testimone tra post-psichedelia e progressive, fondendo il classico trip della prima, dato dalla quasi incessante distorsione, e le trame ricercate e complesse del secondo, riscontrabili nei cambi di tempo e nella struttura di un brano come “Pushed, But Not Forgotten”, che passa da momenti kingcrimsoniani placidi e rilassati a sfuriate degne dei Led Zeppelin. Un vero e proprio frullatore di tutto ciò che di meglio c’era in quegli anni portato in una dimensione parallela incredibilmente personale ed inimitabile.

Come non citare poi il capolavoro “Death Warmed Up”, nove minuti di labirinti sonori percorsi in caduta libera verso il vuoto in cui chitarra e violino danno il meglio di sé stessi per creare un brano che è unico nella storia del rock.

Un disco fondamentale se si vuole capire come si è arrivati a parlare di prog metal e derivati, perfetto interprete della sua epoca musicale che suona ancora fresco ed incredibilmente pesante oggi.

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