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Ville Valo e i Black Sabbath

Ville Valo ha più volte dichiarato nel corso della sua carriera che i Black Sabbath sono da sempre uno dei suoi gruppi preferiti. Non c’e mai stato un riscontro vero e proprio nella musica degli HIM di questa passione del cantante, nulla di effettivamente tangibile. Fino ad oggi. Fino a “Venus Doom”. Per capire tutto questo è sufficiente ascoltare la prima e omonima canzone del disco: fino a metà tutto procede come ci si aspetterebbe in un disco degli HIM (anche se in modo molto più convincente di come avvenisse negli ultimi parti dei finlandesi), strofa ammaliante e morbida e ritornello corale con una melodia che già dal primo ascolto ti si inchioda in testa. Poi, dopo il secondo ritornello, succede. Tutto frena ed all’improvviso ecco i My Dying Bride. Valo canta basso che più basso non si può e le chitarre evocano demoni nel nome di Tony Iommi, donando al pezzo una freschezza compositiva che mancava ormai da tempo nei brani del gruppo.
Il disco prosegue tutto su questa linea, alternando ritornelli assolutamente incredibili (“Love In Cold Blood”, “The Kiss Of Dawn”, “Passion’s Killing Floor”) con rallentamenti vertiginosi che pescano a piene mani dal doom più splendidamente atmosferico. Su tutto però svetta la vera perla del disco: “Sleepwalking Past Hope”, che nei suoi 10 minuti di durata (!) sfodera un riff in apertura che è puro Sabbath-suond, una strofa che intrappola fra le sue trame ed un ritornello assolutamente infallibile, passando poi per un solo di chitarra che non può non far venire in mente i Metallica di un po’ di anni fa (giusto un paio…).
Non c’è alcuna rivoluzione qui, ma ogni tanto è bello ricordarsi che si possono ascoltare dischi anche solo per il gusto di sentire qualcosa di bello e fine a sé stesso. In questo senso “Venus Doom” centra in pieno l’obiettivo.

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