Home > Interviste > “Ho fatto uscire il lupo che è dentro di me”: Kiave ci presenta il suo “Stereokilling” [INTERVISTA]

“Ho fatto uscire il lupo che è dentro di me”: Kiave ci presenta il suo “Stereokilling” [INTERVISTA]

Stereotelling”, album riflessivo e sfaccettato, è uscito il 16 Dicembre 2016 per la Macro Beat Records “Stereokilling”, l’EP del “lato oscuro” del rapper Kiave, in cui ha “affilato” le proprie rime per dare al pubblico un disco più agguerrito che mai, composto da 7 tracks livide e taglienti. Affermato e apprezzato nel panorama musicale nazionale, Kiave è uno di quelli che il rap in Italia l’ha visto nascere ed è cresciuto assieme a lui. Ha collezionato featurings e produzioni con le più eminenti personalità dell’universo hip hop, dimostrando di essere un artista complesso ed appassionato, sempre alla ricerca di nuovi stimoli con cui osservare ed esprimere la verità del mondo che ci circonda attraverso la musica.

Loudvision lo ha intervistato in esclusiva per voi a proposito del suo nuovo lavoro (e non solo).

Hai cominciato col rap in un momento storico/musicale in cui l’Italia si affacciava al genere; hai ascoltato le prime crew e hai cominciato la tua gavetta in radio, alla vecchia maniera: fare rap adesso è diverso? O c’è un approccio diverso per i giovanissimi che lo fanno?

E’ completamente diverso, ma ciò non vuol dire che sia migliore o peggiore, non voglio fare il vecchio brontolone, è solo diverso. Il discorso è semplice: ai nostri tempi non c’era Internet, ed è con Internet che cambia tutto, perché ora il mondo è lì. Quando ho iniziato io non c’era niente, c’era solo la strada, e io ho avuto la fortuna di entrare in contatto con una realtà importante della mia città, Radio Ciroma e ho avuto la possibilità di essere trasmesso in FM e raggiungere molte persone. Avevamo pochi input, un disco al mese su vinile (se andava bene), c’era molta meno roba e quello che ti arrivava lo sfruttavi molto di più. Ora è più dispersivo ma allo stesso tempo è anche più facile farti conoscere.

Oltre ad essere un rapper ti sei impegnato molto per diffondere e affermare l’hip hop come espressione artistica: hai portato la tua musica all’interno di alcune comunità, hai tradotto nel linguaggio dei segni pezzi rap per i non udenti, sei stato tra i fondatori dei Blue-Knox, un gruppo di rappers che si sfidava a colpi di rime con alcuni poeti in totale improvvisazione. Trovi che questa cultura sia sottostimata (da chi la fa e da chi la ascolta) o che stia perdendo le sue radici?

Che sia sottostimata si, ma maggiormente da chi la fa; certi artisti hanno usato l’hip hop come un piatto in cui mangiare per poi sputarci dentro, dimenticandosi che è proprio grazie all’hip hop se riescono a vivere di musica e fare due soldi. Proprio perché non è capita la potenza culturale che l’hip hop possiede sono convinto a diffonderla ovunque. Ormai da 4 anni mi sono impegnato a portare il rap nelle carceri: lì i ragazzi non hanno internet, non hanno nulla, eppure attecchisce e piace moltissimo.

E’ una cultura (di nicchia) che ha del potenziale incredibile e mi dispiace che venga sottovalutata; soprattutto per essere compresa deve distaccarsi dai numeri e dal guadagno, ma viviamo in una era dove i numeri e il mercato la fanno da padroni, e purtroppo anche l’hip hop ne risente. Il fatto che si stia allontanando dalle sue radici non è né giusto né sbagliato, è normale che il genere cambi e che si trasformi, che abbia dei colpi di testa in cui dimentica completamente le proprie origini per poi ritrovarle evolute.

mirko_kiave_ph_elanvivienne_10Dal tuo primo album, “7 respiri”, uscito nel 2007, e l’ultimo “Stereokilling” sono passati quasi 10 anni: cosa è cambiato fuori e dentro di te (se è cambiato qualcosa)?

Fuori il mondo è cambiato tantissimo, ma anche in positivo per me, 10 anni fa non avevo un ufficio stampa, non avevo un manager, non avevo l’etichetta che ho adesso; a parte i primi capelli bianchi e le rughe (anche se la musica mantiene giovani) dentro di me non è cambiato niente (purtroppo!), ho la stessa voglia di dimostrare, di spaccare, di competere, cosa che negli ultimi 3-4 anni si era un po’ affievolita perchè mi sentivo in pace con me stesso.

Quando ho fatto Stereotelling volevo qualcosa di più musicale e narrativo, mettendo da parte l’ego (che è una parte molto importante dell’hip hop), mentre adesso mi è ritornata la voglia delle origini, di fare live e freestyle. Naturalmente non la affronto più come un 25enne ma come un 35enne che ha già dimostrato tantissimo e cerca di evolvere il rap, di studiare, di capire come fare la musica senza snaturarsi, e una delle componenti fondamentali del mio percorso artistico è la coerenza, cerco sempre di essere in linea con ciò che ho deciso e fatto in precedenza. Io comunque mi sento ancora un ragazzo del sud a cui è stato regalato un sogno: ho sempre lavorato per mantenermi da solo, provengo da un posto difficile, eppure la musica mi permette di vivere e girare l’Italia, quindi quando mi dicono “ah questo sabato lavori” dico “ no, questo sabato vado a suonare!”; io me la vivo così.

Parliamo proprio di “Stereokilling”, è un EP particolarmente ruvido e combattivo. Cosa ci racconti di questo lavoro?

Scrivo per necessità e avevo necessità di sfogarmi, di far uscire la parte più rabbiosa, il lupo che ho dentro. E’ anche una delle cose che ti porta a fare rap, e tornare a scrivere con più leggerezza dedicandomi alle tecniche, alle metriche, ci voleva. Stereokilling ha un’indole combattiva e in più volevo fare un disco interamente con Gheesa (il producer, ndR), un artista eccezionale con cui ho intrapreso questo percorso per dimostrare che si può fare musica attuale nel 2016 senza snaturarsi e dover mettere per forza l’autotune.

Nel precedente album, “Stereotelling” avevi detto di aver in parte abbandonato le punchlines, anche dette “rime da battaglia”, mentre per “Stereokilling” te ne sei riappropriato subito, cosa è successo nel frattempo?

Sono successe un po’ di cose che mi hanno fatto arrabbiare. C’è da dire che tutto dipende da con che occhi guardi quello che ti circonda, e io per un periodo ho avuto allo stesso tempo una grossa sfiducia e speranza che le persone potessero cambiare e migliorare. La speranza ce l’ho ancora, senza non mi verrebbe nemmeno voglia di scrivere, però sono state tante le cose che mi hanno fatto incazzare che coinvolgono i laboratori che faccio in carcere, la scena hip hop nostrana, tante nuove leve che si sono inserite senza il minimo rispetto per quello che c’è stato prima o per l’hip hop. Sono uno che lotta quotidianamente per cambiare le cose, per portare un po’ di luce dove luce non ce n’è, per cambiare la società; la gente si lamenta sui social poi però nella vita non muove un dito: ecco, preferisco essere meno social, ma cercare di cambiare la realtà che mi circonda, cambiare me stesso. Sono molto incazzato in questo periodo, però c’è da dire che le persone che mi circondano mi hanno detto “Ci piaci incazzato!”, quindi va bene così.

mirko_kiave_e_gheesa_ph_elanvivienne_27

Hai collaborazioni con molte tra le punte di diamante del rap e underground italiano (Turi, Sud Sound System, Macro Marco, Ghemon, Clementino, Ensi, per citarne alcuni), hai in serbo qualche altro featuring prossimamente? O c’è qualcuno di nuovo sulla scena con cui ti piacerebbe lavorare?

Uno nuovo con cui mi sarebbe piaciuto lavorare e con cui ho lavorato per Stereokilling è Reiven, un ragazzo siciliano molto giovane, davvero bravo. Quest’anno sono stato giudice alla finale del concorso “Tecniche Perfette” per freestyler al Mamamia di Senigallia e il livello era altissimo, ho capito che è arrivata una nuova generazione di freestyler che sta alzando di un gradino ciò che avevamo iniziato noi 10 anni fa, sono molto soddisfatto. Poi c’è tutta una ondata di nuovi rapper, qualcuno mi piace, qualcun altro meno, c’è molta confusione e molto entusiasmo: deve passare l’entusiasmo per capire chi davvero sa scrivere e rappare. Per i featuring uscirà a breve qualcosa con un grosso pilastro della vecchia scuola del meridione, è stato uno dei miei maestri e per me è un piccolo sogno che si realizza.

L’hip hop nasce sulla strada e la racconta; tu sei nato e cresciuto a Cosenza, cosa ti hanno lasciato le sue strade?

Hanno lasciato un sacco di cicatrici, sia dentro che fuori. Mi hanno insegnato tantissimo: il rispetto e la parte negativa del rispetto, la dignità e la parte negativa della dignità, la violenza e la parte “positiva” della violenza. Mi considero fortunato, io sono riuscito a cavarne fuori qualcosa di positivo, tanti coetanei cresciuti con me invece sono ancora bloccati là in quelle strade, come una gabbia. Il rap deve continuare a parlare di strada e io mi considero ancora un ragazzo di strada, ma la vivo con un’altra consapevolezza, poi è normale che a 35 anni io ne parli in modo diverso rispetto a chi ne ha 22, ma c’è bisogno di entrambi i punti di vista.

Guardo sempre la vita con gli occhi di un ragazzo cresciuto a Cosenza, diversi dagli occhi di chi è cresciuto a Napoli, a Bologna, a Firenze; io ho vissuto delle realtà molto forti fin da piccolo perché la ndrangheta in quei posti la respiri nella quotidianità, e stare per strada non vuol dire solo vendere 10 euro di fumo a un amico ma vuol dire  essere a contatto con i problemi della gente più povera. Io questo filone dei rapper ricchi sinceramente non lo capisco: se c’è stata una cosa che ha accomunato la maggior parte dei rapper che ho conosciuto finora è che eravamo tutti dei morti di fame. Questa credo sia una delle componenti più importanti dell’hip hop: se uno mi viene a dire che ha lo zainetto da 1000 euro e che fa il rapper a me la situazione puzza e non piace per niente. Preferisco parlare di arte e di altro, non di soldi.

Su quali palchi ti potremo trovare a breve?

Sono già partite le date di presentazione di Stereokilling: suonerò il 20 gennaio a Milano, poi sarò a Roma, Messina, Catanzaro, Brescia, Torino. Basta cercare sul mio sito e sui miei social dove le date sono continuamente aggiornate.

Scroll To Top