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Ho visto Gesù. Era sul palco dell’Init.

David Eugene Edwards non è un tipo comune. La prima impressione che si può avere di lui, ascoltando uno dei tanti (tutti bellissimi) album pubblicati a nome Woven Hand o 16 Horsepower, è che dietro quella voce profonda, le atmosfere cupe e le liriche che trasudano riferimenti religiosi da tutte le parti, si nasconda una figura complessa e affascinante. L’occasione per confermare o smentire queste ipotesi è trovarselo di fronte, seduto su un palco con la chitarra in mano.

Accompagnato da una band sempre più poderosa, Edwards è in tour in Europa in queste settimane per presentare l’ennesimo capolavoro, “The Threshingfloor”: registrato a Denver in Colorado, sua città d’origine, l’album è un punto d’incontro fra molte delle ossessioni che lo hanno accompagnato nel corso degli anni, dalla citazione biblica del titolo ai riferimenti agli Indiani d’America.

Ma, per assurdo, un simile pout pourri culturale non necessita di alcuna spiegazione. Quando le luci si abbassano e partono i primi accordi di un’indemoniata cover di “Heart and Soul” dei Joy Division il pubblico è già completamente rapito dalla visione, Edwards sembra posseduto da uno spirito divino, di quelli che puoi incontrare solo dopo quaranta giorni di pellegrinaggio nel deserto, gira gli occhi e declama versi in lingue incomprensibili, come un predicatore pazzo. Eppure nulla nel suo atteggiamento risulta posticcio o affettato. I successivi 70 minuti sono un unico viaggio spirituale al confine tra paradiso e inferno.

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