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    Holy Fuck

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La ritmica del basso

La città di Toronto culla questi quattro ragazzi fino a farli ritrovare con l’elettronica nel cuore. Confermano sempre di più questa passione con l’uscita del loro terzo album, “Latin”, in cui continua l’uso delle loro ‘scatole magiche’ piene di luci e pulsanti in grado di creare suoni campionati.

Nella canzone di apertura, “1MD”, si ha la sensazione di essere persi in un paesaggio lunare, dove la paura e la meraviglia lentamente crescono con le distorsioni che al loro culmine terminano con l’entrata della batteria, preludio a tutto il disco.

Nei loro live raggruppano in cerchio tutti i loro strumenti dando vita a dei veri momenti dance che trascinano corpo e cuore, effetto che riesce benissimo ascoltando anche questo lavoro.

Se siete in camicia, toglietevela perché quì c’è da scatenarsi. Elettronica che obbliga l’ascoltatore inizialmente a battere la punta del piede per terra, la testa a muoversi in su e giù senza controllo. Alla fine la ritmica del basso s’impadronirà di tutto il corpo che danzerà senza opporsi alle nove tracce dell’album.

Se i Sigur Rós fossero più arrabbiati e al posto delle chitarre usassero campionatori si chiamerebbero Holy Fuck. Insieme all’elettronica, mescolano sonorità epiche e ricercate che danno ancor più valore alle insistenti battute della batteria e del basso; che trascinano “Latin” ad essere una pietra miliare nel genere electro noise.

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