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Horcom per grandi e piccini

«Non c’è niente di male ad avere paura, finché non permetti alla paura di cambiare chi sei».

La battuta chiave di Paranorman sintetizza bene l’anima di un film che si rivolge ai bambini stimolando la loro capacità di comprendere e indagare il mondo — specie nei suoi anfratti più ambigui — anziché offrirgliene una versione preconfezionata e finta, secondo uno schema più adeguato all’infanzia senza che i genitori debbano vergognarsi di guardarlo.

Zombie, fantasmi e streghe riflettono soltanto la paura collettiva di una comunità spaventata da ciò che è diverso e che non sa far altro che bruciarla, letteralmente o dalla società, anziché affrontarla. Da qui il ribaltamento. L’horror che crediamo di trovare negli zombie si riflette sulla cittadina sviluppandosi in un confronto molto più a livello bambino, ma secondo un percorso che rimanda ai processi del cinema adulto che, per quanto riguarda la fotografia e la regia, guarda molto ai B-movie e alle atmosfere di Mario Bava e Dario Argento.

La costruzione dell’intreccio ha il merito di tradurre nella struttura il concetto base del film. A ogni apparizione del soprannaturale, i personaggi scoprono nella mostruosità un barlume di comprensione e la persistenza di un errore tutto umano che può essere il timore scaturito dall’ignoranza e dal confronto con la diversità o la solitudine incancrenita in rabbia del diverso che viene messo al bando.
Affrontare la paura che viene dell’esterno e la paura di chi è diverso da noi significa accettare la propria paura, la propria diversità. E chi non lo fa genera tragedie molto più grandi. Spesso basta una parola, un confronto per risolvere le cose, ed è così che Norman – il reietto – riesce a salvare la sua cittadina, perché fa tesoro di ciò che è capitato a lui.
Staccandosi per una volta dagli horror in tv, il protagonista di Chris Butler fa tuttavia tesoro di quelle visioni e della propria emarginazione, e nel più classico risvolto fiabesco riesce a ricomporre lo strappo.

Meno inquietante di “Coraline” e più tradizionalmente avvicinabile alla horcom, il nuovo film dello studio Laika conferma tuttavia le buone premesse e, portandosi maggiormente ad altezza bambino senza rinunciare alla costruzione complessa, contribuisce a rafforzare l’idea che l’animazione non sia più un genere ma solo una tecnica narrativa.

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