Home > Interviste > Horror di Pasqua

Horror di Pasqua

Un set di Cinecittà assume dimensioni diverse in base agli occhi di chi lo guarda. E può sembrare immensamente grande appena ci si lascia alle spalle la rassicurante provincia per infilare i sogni in una valigia di cartone. Dopo una decina di cortometraggi e un maestro d’eccezione come Dario Argento, Alessio Pasqua, giovane regista cosentino, quel set comincia a vederlo nelle sue dimensioni reali. E ce lo ha raccontato.

Dall’Accademia del Cinema e della Televisione di Cosenza a Cinecittà. Com’è stato l’impatto?
L’impatto è stato abbastanza duro, mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Finalmente vedevo dal vivo quei set enormi, fino a quel momento solo sognati. Non sapevo cosa guardare prima. La maggior parte delle attrezzature e delle figure professionali erano per me sconosciute. Pian piano, facendo la cosiddetta gavetta, ho imparato tutto. Devo ringraziare in primis uno dei più grandi fonici italiani, purtroppo non più tra noi, Mauro Lazzaro: mi ha insegnato come funziona la fabbrica del cinema, mi ha sempre dato la forza di andare avanti e superare gli ostacoli che, in questo mondo, sono infiniti.

Hai preso parte alla realizzazione della serie tv “I Liceali”. Ci spieghi le principali differenze tra una regia da serie tv e una regia da lungometraggio?
Beh, la regia di una serie televisiva è meno curata di quella di un lungometraggio, perché si hanno più scene da girare nello stesso giorno e i ritmi di lavoro sono serrati. In un film, invece, i tempi si dilatano, così da curare meglio ogni minimo particolare. Ci sono meno pressioni dalla produzione e il regista è messo nella condizione di lavorare con calma. Inoltre, in una serie televisiva, succede che a volte l’ultima parola sulle scelte di regia è presa dal produttore e il regista non può far nulla.

Come sei entrato a far parte del gruppo di lavoro di Dario Argento? Ci racconti la tua esperienza al suo fianco?
Stavo lavorando come aiuto microfonista volontario sul film di Davide Marengo “Notturno Bus” e lì ho conosciuto Tommaso Calevi, che ringrazio, che da più di dieci anni è l’organizzatore dei film di Dario Argento. L’ho tartassato di telefonate un’estate intera chiedendogli di portarmi sul set del nuovo film di Dario Argento “La Terza Madre”, anche solo per portare i caffè. Lui mi promise che, se ci fosse stato un posto libero, mi avrebbe portato con lui. E così è stato. Girammo una settimana a Roma, il resto a Torino e nei teatri a Terni. È stata un’esperienza bellissima. Ho imparato tanto dal maestro Argento anche perché, facendo il video assist, sono stato sempre vicino a lui. Quindi ogni sua mossa, ogni sua parola l’ho registrata nella mia mente. Un’esperienza che si è rinnovata due anni dopo con il film “Giallo”. Anche questo girato a Torino, con protagonista il premio Oscar Adrien Brody. Qui ho capito l’importanza del feeling tra attore e regista e cosa vuol dire fidarsi ciecamente l’uno dell’altro.
[PAGEBREAK] In un momento in cui computer graphic e 3D vanno per la maggiore, l’horror nostrano si affida principalmente a effetti speciali tradizionali. Quali i motivi?
Bisogna dire che l’horror nostrano è morto da tempo, dai mitici anni 70/80. In quel periodo si producevano pellicole che hanno fatto scuola in tutto il mondo. Infatti, molti registi europei e americani sono cresciuti con quei film: basti pensare a Eli Roth che, nel suo “Hostel 2″, ha fatto fare un cameo a Ruggero Deodato. La computer graphic e il 3D sono delle tecnologie spettacolari ma, come tutte le cose belle, hanno costi elevati. In Italia è già molto difficile produrre un film horror, figuriamoci se vengono girati in 3D o arricchiti di effetti grafici! Si pensa a risparmiare e si adottano i vecchi metodi, ma in molti casi si finisce con il ridicolizzare la scena perché l’effetto speciale non rende più come una volta.

Hitchcock, analizzando i meccanismi della psiche umana, ci mostrava la differenza tra effetto sorpresa e suspense, descrivendo anche le tecniche per indurre l’una o l’altra sensazione. Differenza tra ansia e terrore e strumenti per suscitarli?
L’ansia è un insieme di emozioni negative, che crescono piano piano, accompagnate da palpitazioni, nausea, tremore, in attesa di un evento considerato spiacevole. Il terrore è uno stato di paura incontrollabile, spesso legato a un oggetto o a una specifica situazione. Gli strumenti per creare ansia e terrore sono infiniti: si può partire dalle musiche, dai rumori, dagli effetti sonori, un buon gioco tra luce e ombra, per finire alle locations, alle scenografie e persino al viso di un attore.

Al di là di Dario Argento, quali sono i registi che rappresentano per te un punto di riferimento in campo internazionale e perché?
Registi bravi ce ne sono tantissimi. Il mio dio, che sta al di sopra anche di Dario Argento, è John Carpenter, un genio assoluto che è arrivato al successo partendo dal nulla. Ogni suo film è un capolavoro. Ha la capacità di creare un’atmosfera unica, immagini bellissime accompagnate da musiche incredibili, composte da lui e da Alan Howarth. Altri registi che mi piacciono molto sono Guillermo Del Toro, Quentin Tarantino e Tim Burton, che hanno la capacità di muovere la macchina da presa in modo unico. Un altro mio idolo è Paolo Sorrentino, anche lui un genio. I suoi film ti rapiscono, mentre li guardi è come essere nel film stesso. Ha il dono di raccontare i personaggi e le storie in modo così veritiero, curandone i minimi dettagli. Per non parlare della tecnica registica! Senza parole!

Nel trailer del tuo lavoro “The Eater” ti si vede di sfuggita nel finale. Ciò va inteso nel senso che ti piacerebbe vestire i panni di attore-regista, un po’ come Verdone o Pieraccioni, oppure è solo una apparizione alla Hitchcock?
Non farò mai l’attore, anche perché non ne sarei capace. Nei miei corti mi piace comparire di sfuggita, giusto per divertirmi.

Hai girato diversi corti di carattere horror ma l’ultimo, “Un Giorno Come Tanti”, riguarda la criminalità organizzata ed è ambientato in Calabria. Ti va di presentarlo? Che risposta hai avuto dalle istituzioni locali in merito a questo progetto?
Ho scritto il soggetto di “Un Giorno Come Tanti” sette anni fa. Per tutto questo tempo è stato chiuso in un cassetto e me n’ero persino dimenticato. Poi, l’hanno scorso, mi venne voglia di girare qualcosa nella mia città, Cosenza, e raccontare una storia che parlasse della mia terra. Così ripresi il soggetto e lo passai al mio sceneggiatore Davide Aicardi, che ne tirò fuori una bellissima sceneggiatura. Pensavo che non fosse più attuale perché parla di pizzo e di criminalità giovanile ma invece, purtroppo, è un fenomeno ancora molto presente qui a al sud.
Pensavo anche che fosse semplice girare un corto a Cosenza e che sarei riuscito a coinvolgere l’intera città, ma mi sbagliavo. Sono riuscito solo a coinvolgere i cittadini, ma le istituzioni non mi hanno calcolato proprio. Ho fatto richiesta per dei fondi al Comune, alla Provincia, alla Regione e alla Film Commission, ma nessuno mi ha mai considerato. Non ho ricevuto neanche una risposta, né un sì né un no. Posso capire che il progetto non piaccia, ma almeno una risposta. Purtroppo qui a Cosenza, e più in generale in Calabria, funziona così: se sei parente o conoscente di qualcuno, ti aiutano e vai avanti, altrimenti niente. Ma a me non interessa perché, o con loro o senza di loro, i film li faccio lo stesso.
Sono felice, però, della risposta dei cittadini: alla presentazione c’erano più di trecento persone, mi hanno riempito di complimenti e il corto è piaciuto. Queste sono piccole soddisfazioni che mi fanno andare avanti, con più voglia di prima.

Scroll To Top