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Hot night in a cold town

È un Rolling Stone più affollato di quanto non ci si saremmo aspettati quello che accoglie l’unica data italiana degli Uriah Heep, a supporto di un album – il recente, bellissimo “Wake The Sleeper” – con il quale Mick Box e compagni infrangono un silenzio discografico oramai decennale. E lo infrangono alla grande, con un disco che trasuda classe ed esperienza e che a tratti suona quasi più Deep Purple degli stessi Deep Purple. Una piccola gemma classic rock, che questa sera gli Heep presenteranno nella sua globalità.

Con puntualità metronomica lo show prende vita alle 21:00 sulle note della semi-strumentale “Wake The Sleeper”, tre minuti di puro hard rock che sconquassano un pubblico dai capelli tendenti al grigio, ma entusiasta ed estremamente caloroso. Mick Box, classe 1947 e fisico tipo metro cubo, è uno di quei personaggi che se non esistessere bisognerebbe inventarli. Tecnica cristallina, feeling a profusione, l’incarnazione del chitarrista hard rock. Che poi assomigli fin troppo al fratello povero e tamarro di Pete Townshend sembra poco importare al pubblico del Rolling Stone, che lo acclama a gran voce. Dall’altra parte del palco, un altro pezzo di storia del rock: è il bassista Trevor Bolder, un passato al fianco di David Bowie, e anima ritmica degli Spiders From Mars. Tra i due vediamo agitarsi la bionda chioma del front-man Bernie Shaw, quasi un giovanotto rispetto al resto della band, nonostante abbia passato la cinquantina da almeno un paio di anni. Ed è bene ricordare che se l’iconografia rock riconosce in Box il simbolo degli Heep, è la voce di Shaw a tenere viva la leggenda. Attitude da consumato performer, voce ancora brillante e rodata dall’esperienza, Shaw tiene il palco con innata naturalezza e semplicemente canta da Dio. In seconda linea, ma solo dal punto di vista logistico, troviamo Phil Lanzon (co-autore insieme a Box di un buon 95% di “Wake The Sleeper”) e le sue tastiere, che tingono di atmosfere ’70s il sound della band. Infine il novello drummer Russel Gilbrook, cui spetta l’ingrarto compito di riempire il vuoto lasciato da Lee Kerlslake.

Come si diceva, tutti gli undici brani di cui si compone “WTS” trovano posto nella set-list. Una scelta coraggiosa ma consapevole, come spiega Bernie Shaw tra un brano e l’altro. “Questo è il nostro primo disco da dieci anni a questa parte, ci teniamo a farvelo sentire per intero”. E pensare che sarebbe stato tutto sommato più semplice e conveniente metterne in scaletta un paio e andare sul sicuro sfoderando i numerosi classici accumulati in quasi quaranta anni di attività.

“Overload” e “Tears Of The World” sono puro hard rock dai toni porpora, mentre “Light Of A Thousand Stars” e “Book Of Lies” vivono su toni ai confini tra pomp rock ed AOR, esaltati dalla voce di Shaw, particolarmente a suo agio quando la melodia prende il sopravvento. Non mancano naturalmente episodi più classicamente Heep come “Heaven’s Rain”e “Ghosts Of The Ocean”, ma come era lecito aspettarsi il pubblico letteralmente esplode quando Box e compagni tralasciano temporaneamente il nuovo per rispolverare il vecchio. È sincera commozione quella che si percepisce tra il pubblico quando vengono sfoderati i grandi classici.

“Gipsy” e “July Morning” (1970), “Look At Yourself” (1971), “Sunrise” (1972) e “Stealin’” (1973) sono reliquie di un passato quasi remoto, ma affascinanti ora come allora. Con la sempreverde “Easy Livin’” si chiude il main-set, pubblico in delirio e band che rientra pressoché immediatamente sul palco, visibilmente colpita dal calore che sale dalla folla. “Ci aspetta un lungo viaggio, ma lo affronteremo portando nel cuore il ricordo di questa serata” proclama Mick Box prima di chiudere definitivamente lo show sulle commoventi note di una strepitosa “Lady In Black”. Concerto stellare, pubblico ampiamente soddisfatto. Un altro paio di classici non avrebbero guastato, ma ci si può accontentare dell’ora e mezza regalataci dalla band. Con il sorriso sulle labbra ci disperdiamo nella grigia nottata milanese per tornare a quella vita reale da cui seppur per poco gli Uriah Heep ci hanno fatto evadere. Il che, di questi tempi, non è davvero poco.

Wake The Sleeper
Overload
Tears Of The World
Stealin’
Sunrise
Heaven’s Rain
Book Of Lies
Light Of A Thousand Stars
Gipsy
Look At Yourself
What Kind Of God
Ghosts Of The Ocean
War Child
Shadow
Angels Walk With You
July Morning
Easy Livin’
Lady In Black

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