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Howl (perse le mente migliori di una generazione)

Licantropi che camminano tra noi. Essenzialmente questo è/dovrebbe essere il discorso della Blueeeees Explosion più chic che ci sia: riportare il sacro fuoco del rock ‘n’ roll tra i nostri spenti ardori. Incipit di pura retorica, ma si sa, questo è il caso quando si ha a che fare con il lato più edonistico del rock, e con un gruppo quale è quello formato da Jon Spencer, Russell Simmins e Judah Bauer. Dell’ultimo disco magari ne parliamo in altra sede, quello che preme sottolineare, adesso, è la necessità o meno di uno show dei tre nostri newyorkesi. Bando agli indugi e alle ciance, allora: di rock non ce ne sarà mai abbastanza sui palchi del nostro simpatico mondo. Ma questo non vuol dire che la Blues Explosion non sia cambiata, diventata simbolo e modello ed istituzione, decretando così, in un modo o nell’altro, l’inizio della propria fine. Pure pugnette, innegabile, ma vero è che il suo stesso status di creatura a cavallo tra il Jerry Lee Lewis che fu e fantastica scoperta dell’indie-mainstream, ne ha in qualche modo indebolito la carica sinceramente (ed emotivamente) eversiva e la relativa originalità del caso. Oggi il rock suona meglio, è più conciso e controllato, meno dispersivo e più consapevole dei propri mezzi, ma ha perso per strada le asperità che ne facevano la natura ribelle ed anticonformista. Caso non è se alla corte della Blues Explosion è accorsa anche la vecchia cara, ehm, MTV e se al concerto presenziava buona fetta dell’intellighenzia spettacolaristica-rock nostrana.
Ma, ed è un grosso ma, l’Esplosione si presenta davvero in forma stasera e le nuove canzoni dal vivo rendono bene. Minimalista nell’approccio, nelle ritmiche e nel suono – sottrazioni su sottrazioni su sottrazioni -, incarna alla perfezione il verbo rock del duemilaequattro. Tutt’al più si può osservare che ormai anche queste pose e queste musiche sono istituzioni della nostra era, però il piacere nel prendere parte alla retorica del rito resta comunque imprenscindibile. Tenendo conto, peraltro, che Jon è davvero su di giri, là, sul palco e macina parole e fiato, graffiando chitarra ed astanti, con quel suo piglio e voce da moderno bluesman; cosa che, in effetti, NON è.

Un gruppo perfetto da una perfetta New York (per antonomasia, naturalmente) che sputa fuori rock perfetto per un pubblico altrettanto perfetto; di cos’altro si tratta, se non di questo e delle Contorsioni da perfetto rocker?
Il senso e l’utilità non è dato conoscere, ma è sempre stata la dannazione del rock, in fondo. Puro divertimento. Se non fosse che dopo poco, davvero poco, tempo, la maggior parte del pubblico è lì a farsi gli affari suoi… Cosa imputabile al gruppo, sì, ma solo in parte, ché, per l’energia andata persa con l’abitudine e il tempo, ne hanno guadagnato in comunicatività e controllo dello strumento. Piuttosto, è musica volutamente o meno immagazzinata nel patrimonio genetico di tutti noi, godibilissima come sfondo per i **zzi propri, ma pesantuccia per una fruizione salata (18 euri, siori) e continuata nel tempo; non so se mi spiego.
Sempre sia ben accolta l’Esplosione del Blues, con il suo “Less is more” e le puntate di rumore ed esperimenti che non sempre sono tali, ma sarà il caso di iniziare a guardarsi in giro.
Al di là di tutto, il solito vecchio discorso: suonano una sola vecchia canzone; ma come la suonano. E che canzone.
ps. menzione speciale per la SPLENDIDA maglietta che raffigura la copertina di “Damaged” dei Black Flag con tanto di font e simbolo, in versione Blues Explosion. Sempre mi bastonerò i maroni per non averla fatta mia. Maledetta vile mancanza di pecunia.
pps. fantastico Russell Simmins.

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