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M for Minneapolis

Dicono che a Minneapolis ti tirano le chitarre addosso fin da quando sei piccolo, così poi ti viene voglia di metter su una band e fare in qualche modo successo. Più o meno è ciò che è accaduto agli Howler, neonato gruppo per il quale tutto quel che luccica è garage rock.

Che ci sia la parola “America” nel titolo dell’album non è un caso: potremmo definirlo un omaggio ai costumi musicali statunitensi (di oggi e di ieri) che fa passare in rassegna uno dopo l’altro il surf dei Beach Boys, lo sprint dei Titus Andronicus e la voce graffiante degli Strokes (palese in “Wailing (Making Out)”).

Di tutto un po’, ma magari è esattamente questo il punto che fa inciampare i giovincelli.

Si capisce che gli Howler sono agli esordi, soprattutto perché non hanno ancora un’identità ben delineata che li renda distinguibili dal resto della marmaglia indie rock. Per carità, sono piacevoli all’ascolto e conquisteranno chi non sta lì a cercare le pagliuzze negli occhi altrui, però non si può nemmeno dire che siano divini.
Comunque Rick Astley vi saluta.

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