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Tra post rock e psichedelia

Mike Moya è un ragazzo di Montreal e deve molta della sua fama all’avere militato nei primi due dischi, i migliori secondo alcuni, di certi Godspeed You! Black Emperor; niente di strano quindi nel fatto che Mike creda anche di avere le carte in regola per arricchire la scena che, assieme ai signori appena citato, ha contribuito a creare.
“Stem Stem In Electro” è però, nonostante le credenziali di Moya, un disco che non parla solo il linguaggio del post-rock.
Effetto sorpresa assicurato dunque per chi crede di trovarsi davanti a un disco monotraccia, o al massimo con monumentali incisioni di dieci minuti l’una.
Moya ora si diverte a mischiare il suo passato non troppo remoto con la psichedelia più pura, tanto che non in pochi chiamano in causa addirittura il nome dei Pink Floyd.
Esperimento, se così si può dire, riuscitissimo: le tracce sono corte, mantengono quasi tutte la stessa dinamica e, più che attendere con trepidazione l’inevitabile conclusione del crescendo, l’ascoltatore farebbe bene a stendersi e lasciarsi semplicemente trasportare da una musica che culla dolcemente, senza riservare troppe sorprese.
La prima parte del disco, fino a “Folkways Orange” compresa, è una infinita ballata, quasi sempre acustica, raffinata ed elegante quando ipnotica e suggestiva.
Con l’ossessiva nenia “Swallow’s Tail” Moya accontenta invece i fan del post rock più tradizionale: strofa sussurrata e consueta esplosione strumentale, devastante.
Dopo una traccia interamente noise/elettronica (“Heaven Is Yours”), la seconda parte del disco recupera il discorso iniziato nelle prime quattro tracce, chiudendo in bellezza con “Une Infinitè De Trous En Forme D’Hommes”: un arrivederci e a presto dalle tinte vagamente noir.
Giunto alla seconda prova da (quasi) solista, Moya ci regala quindi un album di sicuro valore, in bilico tra i fantasmi del suo passato e una notevole spinta avanguardista, che pone gli Hrsta come una della entità più interessanti e promettenti della canadese Constellation.

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