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Hueco: Dentro l’armadio

Con Nino e Vittorio cerchiamo ancora di più di entrare nel loro armadio verde, composto da passato e presente, sempre interpretati con stile e totale devozione per la musica nostrana e non…

Una band decide di far musica e studia una decina di canzoni dirette e precise per far vendere il più possibile e il loro ritorno è quello economico. Per un gruppo come il vostro, impegnato e costruttivo, qual è il ritorno dopo aver pubblicato un album?
Nino: Credo che oggi il guadagno economico sia dato esclusivamente dalla spettacolarizzazione e dall’evento che si costruisce intorno al prodotto disco o libro – che più che altro diventa un pretesto -, per cui gli scrittori guadagnano principalmente grazie alle presentazioni e ai gettoni di presenza magari a qualche talk-show televisivo, mentre i musicisti, non soltanto alternativi – dato che i dischi non si vendono – guadagnano esclusivamente con i live. Il nostro tornaconto è principalmente spirituale, nel senso che ci rende felici e contribuisce a dare un senso profondo alla nostra vita poter seminare belle emozioni e far germinare nella vita di qualcuno momenti di bellezza. Molti musicisti che conosco e che stimo fanno altro nella vita per sopravvivere, dicono per non vendersi… Noi cerchiamo di creare bellezza ricercando libertà, questo ci basta. A parte qualche diritto d’autore per la riproduzione dei brani…
Vittorio: Sembra, a parte il fatto che occupiamo una buona posizione nella classifica di musica indipendente italiana, che le nostre canzoni stiano piacendo molto in Germania. A parte la soddisfazione morale si spera anche che qualcosa possa derivare da questo che è comunque un duro lavoro artigianale, soprattutto per Nino.

Vogliamo parlare di cosa si può trovare all’interno dei vostri armadi verdi personali?
V: Sono un collezionista di abiti e accessori vari, vivo da solo con il gatto Ivan e mi ritrovo in casa vari armadi, nonché una camera adibita a deposito delle scarpe. Nel mio armadio verde privatissimo, a parte qualche scheletro e qualche tesoro sempre privatissimo, ci sono vari dischi di vinile, robot e animaletti in plastica di quand’ero piccolo, c’è Oscar Wilde, c’è mia madre soprano, mio nonno violista e la mia educazione molto cattolica, ci sono le mie estati a Capri, c’è Gustav Klimt, ci sono i miei disegni, c’è il culto e la cura dell’immagine che non sia mai fine a se stessa, c’è il mio desiderio di far festa e di non invecchiare mai…
N: Nel mio armadio verde, invece, che esiste per davvero e che a partire dalla mia pubertà mi è sempre accanto, a parte una collezione di camicie e di cravatte a fiori – sono un amante del vintage e dei mercatini – cui ho dedicato anche un libro, uscito qualche anno fa per l’attuale Mondatori Education, c’è l’orsacchiotto della mia infanzia, c’è un Pinocchio mezzo rotto, c’è un po’ dell’infanzia del mondo, c’è il mio prato verdissimo in questo periodo a cui ho dedicato varie poesie. Nasco come poeta, sono stato anche selezionato al “Montale” con la mia prima raccolta di versi Giardino di Pésah qualche anno fa. C’è il tempo meteorologico sempre più pazzo e umido che mi fa soffrire, c’è mio nonno compositore e il pianoforte, ci sono i miei gatti adorabili che vi si nascondono.

Il vostro album è un viaggio tra pop e musica più impegnata. È difficile scrivere testi e canzoni cavalcando questo sottile limite invisibile musicale?
N:
Com’è difficile essere semplici e non banali… All’esame di quinta elementare mi fecero rifare il tema perché troppo difficile, poco da bambino. Da allora è stata tutta una ricerca per essere più comunicativo, tutto uno sforzo per cercare di mettere a fuoco quel senso profondo e inafferrabile delle cose e cercare di renderlo agli altri. Non per niente adoro Leopardi, il poeta “semplicemente prezioso” dei piccoli e dei grandi idilli, alla sua infanzia di bambino dotato ho dedicato la mia tesi di laurea in Filosofia. Anche musicalmente preferisco le cose non troppo astruse e per pochi eletti, adoro Vivaldi, Satie.

A quale genere musicale siete più legati? È stato fonte d’ispirazione per il vostro album?
V
: Direi soprattutto l’art rock. Adoro i Roxy Music, David Bowie, i new-romantic, la 4AD, David Sylvian, tutti gli ’80 che non rientrano tanto nel revival di oggi. Napoli ha dato molto in questo senso – anche noi c’eravamo – e molte cose interessanti che ascolto oggi provengono proprio da questi territori. Di italiano amo moltissimo Patty Pravo e mi piacerebbe cantare un po’ come Johnny Dorelli – Nino spesso ironizza che sono il figlio segreto di entrambi… Stimo anche molto Ivan Cattaneo come cantautore, ultimamente abbiamo rifatto la sua “Bimbo Assassino” tratta da SuperIvan del ’79; uscirà a breve. La mia infanzia l’ho trascorsa ascoltando i grandi crooner italiani che mio padre amava, Bruno Martino e Fred Buongusto, insieme alla Callas, la canzone classica napoletana e Raffaella Carrà…
N: Da noi omaggiata con una cover del “Tuca Tuca” in chiave goth-exotica. Compagna d’infanzia e grande professionista dalla profonda umanità ci fa rimpiangere la televisione di un tempo, altro che le acidità programmate e la competitività selvaggia di oggi… Direi la new-wave e il dark con cui sono cresciuto, il progressive nazionale e internazionale, la semplicità poetica di cantautori come Paoli o Endrigo, la world-music di Peter Gabriel e di Branduardi, i Kraftwerk, la melodia pop italiana degli anni ’70 che trasmettevano le radio quand’ero bambino.
[PAGEBREAK] Avete suonato uno strumento diverso per ogni canzone. Il risultato è un sound molto mediterraneo. Come è nata la scelta degli strumenti? La voglia di sperimentare a volte può diventare una ossessione o rimane una valvola di sfogo all’interno degli schemi musicali?
N
: Ho suonato vari strumenti poveri, quali il kazoo e il bastone della pioggia, che non conviene o è impossibile sintetizzare al computer, insieme alle tastiere, al piano e a tutto l’armamentario elettronico, digitale e analogico. Poi ho registrato vari musicisti, soprattutto chitarristi, tra cui Enea e Marco Armano e il virtuoso Roberto Petrella alla chitarra classica. C’è anche il controtenore specializzato in musica rinascimentale e barocca Enrico Vicinanza, che ha dato il suo contributo vocale negli strumentali dell’album.
V: Io, a parte la voce principale, ho dato qualche direttiva circa i suoni da utilizzare e gli strumentisti da coinvolgere. “Sound stylist”, credo che mi calzi a pennello come definizione. Non ci piacciono le barriere dei generi, almeno nella veste da proporre per i nostri brani siamo molto liberi e propensi alla contaminazione, per cui il gregoriano di Don Giuseppe Esposito si può sposare con la voce grezza e soul di Paola Castello che appare in tutte le tracce del disco, fatta eccezione per “Attrazione Esatta” in cui duetto con Alessia De Capua del gruppo neo-gothic teatrale Inguine di Dafne. A proposito di Paola, ha una bellissima voce, le corde vocali corte e doppie come una cantante di colore. Un’altra nostra passione è sempre stata la black-music.

Imparare dalla storia, in questo caso musicale, per migliorare il proprio futuro. Potrebbe essere questa la teoria Heuco? Visto che il vostro viaggio musicale parte dal passato per essere rivisitato in chiave moderna?
N
: Viviamo nell’epoca del post-moderno e del riciclaggio. Artisticamente, dopo le avanguardie, nulla di nuovo sotto il sole. Anche in letteratura ho una certa dimestichezza con il remake. Anche per superare qualche angoscia infantile ho scritto Pinocchio 2000 uscito qualche anno fa con la Fabbri Editori: un burattino di legno animato da una misteriosa linfa extraterrestre con un paese dei balocchi strutturato come un moderno inferno dantesco…. Nella popular music assistiamo alla ripresa di cose del passato in modo sempre più sfacciato. Il rock come momento sorgivo, come spirito dionisiaco che irrompe nella storia credo sia morto. Se riflettiamo il sentimento che domina on line è la nostalgia del passato, si recuperano vecchi amici, vecchi film, musiche che non sentivamo da tempo. Se si è più attempati e si ha familiarità con cose del passato, tante cose nuove sembrano così vecchie… Il problema è che i pubblicitari lo fanno a tavolino, noi cerchiamo di “rinterpretare”e di “ricreare” la musica di ieri in modo “poetico”…

Se gli Hueco non fossero una band ma un libro o un film quale sarebbe?
V: Rispondo anche per Nino. Se non la Divina Commedia, magari i Canti di Leopardi… Come film direi “Dracula Di Bram Stoker” di Coppola, oppure “Belli E Dannati” di Gus Van Sant. Magari pure Federico Fellini…

Le cose che più apprezzate e le cose che più odiate del mondo musicale attuale.
N: I pro… la possibilità di avere tutto a portata di mano grazie alla rete. Non c’è bisogno di ricercare qualche vecchio disco impolverato – sono un po’ pigro e disordinato in questo senso – oppure le novità in giro nei negozi, è già tutto on line a portata di clic. L’opportunità che la rete offre ai musicisti e a chi fa arte in generale di proporsi e di cercare canali per farsi conoscere. Di contro il grande caos che necessariamente genera la democrazia, per cui tutti scrivono, tutti suonano ed è difficile riconoscere chi lo fa ad arte e in modo autentico. Certamente non è il Mac che si possiede al posto del pc a fare la differenza… Comunque ci vuole sempre un pizzico di fortuna e la fortuna sfugge sempre al controllo di uomini, animali e piante…
V: La cosa che più detesto è che l’oggetto disco non funziona più di tanto. Il nostro cd, uscito con la storica etichetta indipendente Compagnia Nuove Indje, ha una confezione e un disegno di copertina davvero accattivante, una china colorata di Rosario Lamberti che si è ispirato alle canzoni contenute nel nostro disco-armadio verde… Il disco ti fa compagnia, resta nel tempo, non si esaurisce nel momento della messa in scena dal vivo. Di base resto sempre un collezionista e a volte mi capita di invidiare gli adolescenti che vanno a comprarsi qualche disco di plastica… Metaforicamente parlando… Chissà in futuro che valore avranno…

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