Home > Recensioni > Hughes Turner Project: HTP 2

Lost Dreams

Nel caso fossero rimasti dubbi sull’accoglienza riservata al “progetto” HTP, basterà fare mente locale su alcune date: nel febbraio 2002 il debut album; a dicembre dello stesso anno si dà alle stampe “Live In Tokyo”, primo live album della formazione pubblicato pressoché in contemporanea alla tournée europea che ha toccato anche l’Italia; a settembre del 2003 vede la luce il secondo episodio in studio di questa band, intitolato semplicemente “2″. Nel frattempo, album solisti e qualche collaborazione.
Dev’essere faticoso, vero, ma è sostanizlamente il prezzo del successo (che un po’ tutti avremo sognato di pagare…), che innegabilmente i due (ex-Purple, Rainbow, Black Sabbath, ecc.) stanno riscuotendo tra vecchi e giovani da oriente ad occidente. E i due cantanti, questo consenso, se lo meritano proprio tutto.
Rispetto al disco uscito un anno e mezzo fa, quest’ultima prova in studio mostra una maggior preponderanza della personalità artistica di Glenn Hughes: gli intrecci vocali tra le due ugole ci sono sempre, anzi forse sono ancora meglio amalgamati rispetto al passato, Joe fa i suoi bravi numeri, ma l’attitudine generale delle canzoni sembra riconoscersi molto in quel “Song In The Key Of Rock”, che è poi è il più hard rock fra gli ultimi lavori solisti dello stesso Glenn. Sarà per la produzione affidata a Jeff Kolman, già produttore di Hughes? Probabilmente sì, oppure chissà. Certo un’altra similitudine tra “HTP 2″ e “SITKOR” è l’ospitata in un pezzo del batterista dei Red Hot Chili Peppers, Chad Smith, che su “Losing My Head” regala una performance equilibrata, certo essenziale, ma sempre opportuna. Sullo stesso pezzo, altro cameo: Steve Vai, per un assolo.
“HTP 2″ mostra senz’altro una personalità maggiore, rispetto al suo predecessore, potendo infatti contare su una indubbia vena 70ies-oriented, ma che non dimostra alcun complesso d’inferiorità nel portare stampato addosso la data “2003″. Certo ammiccamenti ai Deep Purple non mancano: per dire, il riff di “Revelation” è una versione riveduta e corretta di “Speed King”, e una discreta porzione degli assoli di JJ Marsch sono di chiara matrice “Blackmore”. Non mancano nemmeno alcuni riferimenti al primo disco del progetto: “Time and Time Again”, ballata turneriana senza mezzi termini, rimanda direttamente a “Mystery of The Heart”, e “Going My Way” sembra quasi un out-take del primo episodio. Il disco però riesce ad evolversi camminando sulla sua strada, a offrirci comunque buona musica in virtù di idee più fresche, più personali, quasi più attuali. Oggettivamente, potremmo dire che lo Hughes Turner Project dà oggi alle stampe il suo miglior lavoro, ma il primo “HTP” aveva dalla sua un micidiale effetto sorpresa, ed ha girato costantemente e tanto nei nostri stereo. e alla fine ce ne siamo affezionati. In poche parole, quindi, se è migliore il “primo” o il “secondo”, sarete voi a deciderlo, ma è sicuro che Joe e Glenn non hanno deluso nemmeno stavolta.

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