Home > Interviste > Hugo Race: Un Bad Seed a Londra

Hugo Race: Un Bad Seed a Londra

Hugo Race ha una bronchite impietosa. L’ex Bad Seed, che ora si divide fra carriera solista e tante collaborazioni, si è trascinato al Cross Kings, una venue minore e molto underground a Londra Nord, dopo aver passato una nottataccia in ospedale fra antibiotici e antidolorifici. Ma sta visibilmente male, il viso appare anche più scavato e affilato di quanto sia normalmente. Klarita Pandolfi, la promoter di Kaparte Promotions che ha portato Hugo a Londra, si prodiga per farlo sentire a suo agio. Prima del concerto, che lo vedrà protagonista assoluto con la sua chitarra, c’è tempo per una chiacchierata rilassata…

Sicuramente ti manca il clima della natia Australia, ben più confortevole.
Sono tornato a Melbourne dopo aver vissuto 20 anni in Europa. Non è facile ricostruire una vita e una squadra di musicisti con cui lavorare, mi ci sono voluti due anni per riavere una vita e ho ancora tanti progetti in Europa. Sai, io scelgo progetti e collaborazioni in modo molto personale: può essere la presenza di qualcuno che ammiro, o l’adesione e il supporto ad una questione politica. Ma l’Australia è estremamente conservatrice, non ci sono aiuti per gli artisti indipendenti.

Sembra bizzarro, quindi, che tu abbia lasciato Catania, dove hai vissuto per qualche anno, e sia tornato in un luogo meno ospitale!
Ho vissuto a Catania perché lì abitava la mia ragazza dell’epoca. La Sicilia è un posto magico, c’è un’atmosfera incredibile, sembra quasi collegata ad un tunnel temporale. È vicina ad una realtà primitiva in cui avvengono sia le cose più meravigliose sia quelle più terribili. Detto questo, l’Australia è parte di me, e io non voglio passare la mia vita come un esule.

Cosa ti rimane dell’esperienza coi Bad Seeds?
Non è un argomento poi così interessante: la cosa importante non è che io abbia fatto parte di quella band ma che abbia fatto parte di quella scena in generale. All’inizio degli anni ’80 non si aveva paura di oltrepassare le frontiere musicali, di spezzare le regole, di essere punk, di fare affermazioni tanto forti quanto intelligenti. Ero un adolescente a quei tempi. Gli altri erano tutti più grandi di me e io imparavo tutto da loro. Quegli anni hanno avuto un impatto enorme su di me.

E ora come è cambiato l’approccio alla musica?
Ora la gente è indifferente alla natura spirituale della musica, sono anestetizzati dalla cultura pop e dai soldi facili. E non si può competere: o aderisci al sistema o fai quello che vuoi, per conto tuo. Da questo punto di vista non ho alcun rimpianto, ho passato la vita a fare ciò che volevo e a girare il mondo. Ora vengo contattato da gente che vuole coinvolgermi in progetti interessanti, e mi sento onorato.

Quindi l’industria musicale non ha piegato la tua volontà.
L’industria dell’arte e dello spettacolo è una merda, è vero, ma questo non è un buon motivo per smettere di fare musica, o film, o arte in generale. Tutti noi musicisti siamo pronti a lottare. Dopotutto, i musicisti sono solo una minuscola minoranza della popolazione, e quelli che sono tanto fortunati da potersi esprimere… che si esprimano!

Che musica ascolti in questo periodo?
Mi hanno regalato il box set dei 30th Floor Elevator, ascolto molto folk e musica anni ’60, garage, l’elettronica dei Pan Sonic, la nuova edizione di “Tell Tale Science” di Dylan. Le tracce di questo disco sono outtakes escluse dall’edizione ufficiale, ma in realtà sono migliori. L’importante per me è collegarmi ad una corrente continua di emozione e arte.

Scroll To Top