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Chappie è il protagonista dickensiano di natura artificiale dell’ultimo lungometraggio del regista sudafricano Neill Blomkamp: il primo robot al mondo con coscienza di sé, in grado di apprendere, “nato” con la mente di un neonato ma capace di crescere a una velocità impensabile per un umano. Nei suoi cinque giorni di vita consentiti dalla sua batteria, Chappie passa dalle mani del suo geniale creatore a una gang criminale di Johannesburg, i due nuclei che costituiranno la sua famiglia.

Il contatto del robot con gli “adulti” è spesso fonte di esperienze traumatiche, violenza, sottrazione della sua ingenuità e della sua umanità, portandolo via via a sfruttare il potenziale che la sua intelligenza artificiale rende inimmaginabile alle menti umani.

Ogni nuovo film di Neill Blomkamp si consuma nel dramma shakespeariano di un regista che ha avuto la sfortuna di esordire con quella che è già una pietra miliare del genere, “District 9“. Confrontandosi con il filone più trendy della fantascienza cinematografica — quello che con “Trascendence“, “Automata” e prossimamente “Ex Machina” cerca di catturare il momento in cui la crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale porta al superamento della mente umana da parte delle macchine — “Humandroid” (così “Chappie” è stato ribattezzato per la versione italiana) finisce ancora una volta per soccombere nel confronto con l’immenso predecessore.

Un fallimento emozionale ed esteticamente ragguardevole, ma sempre un fallimento.

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Contro

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