Home > Rubriche > Ritratti > Hunches are back!

Hunches are back!

Correlati

Gli Hunches sono tutt’altro che una faccia nuova nell’ambiente. Il loro primo disco, uscito direttamente su In The Red, la label di garagepunk più importante e chiacchierata da anni a questa parte, risale addirittura al 2002. E in oltre di sette anni di attività il quartetto proveniente da Portland ha lavorato sul proprio sound in maniera decisa, dando dimostrazione di un’insolita capacità di adattamento e sopravvivenza nel panorama del genere, sconvolto in questi anni dal riflusso continuo di nuove tendenze.
Ma iniziamo con una veloce panoramica sul gruppo.

Provenienti da esperienze in altre band, gli Hunches si mettono in mostra nel 2002 col primo disco, “Yes No Shut It”, opera che si distingue per l’innovativo cocktail di furia creativa, sonorità graffianti e ricche di feedback, strutture garage sconfinanti nel noise e ballate elettriche da capogiro. Il risultato fa perdere la testa a a molti cultori dell’underground, e tutt’oggi rimane opera apprezzabilissima e poco datata.
Allo stesso tempo fioccano i singoli, tutti 7” incendiari stampati da varie etichette, con canzoni tratte dal primo album ed inediti meravigliosi come il temporale sonoro “Fuck Disco Beats” o il letale garagepunk di “Radiation”.

Nel 2004 il gruppo è stabile e sulla cresta dell’onda quando esce, sempre per la In The Red, il secondo LP, “Hobo Sunrise”. Il disco non innova il sound del combo, semplicemente ne innalza il livello qualitativo di una spanna. Si continua a picchiar duro, suoni obliqui di chitarra, batteria che segna il solco veloce come un treno, distorsioni portate all’estremo.

Poi, il vuoto. Per cinque anni gli Hunches scompaiono dalle scene: eccezion fatta per il singolo “Leper Parade”, il silenzio è totale e i quattro di Portland vengono dati per dispersi. Si tratta di un’altra band vittima dei tempi e dell’incapacità di adattarsi alle nuove correnti musicali? Sbagliato.

L’inattesa dimostrazione giunge lo scorso mese, quando dal nulla sbuca “Exit Dreams”, nuovo disco e fiore all’occhiello del gruppo. Il risultato è incredibile, gli Hunches escono dal silenzio presentando un’opera che trascende il garagepunk, pur mantenendone la vena graffiante, per approdare in territori nuovi.

Ci si bagna nelle variopinte acque del weird-punk dei nostri giorni: suggestioni noise, richiami al post punk più oscuro, creatività d’avanguardia, il tutto condensato in forme-canzone perfette, seppur dilaniate da improvvisi tocchi di follia, ritmiche quadrate (“Actors”) e una sotterranea vena arty.
La meravigliosa “Ate My Teeth” (in pieno stile “vecchi Hunches) è squarciata all’improvviso da devianti colpi di sassofono e il suggestivo fiore “From This Window” si apre continuamente su spazi sonori differenti, sotto le melodie della voce riverberata di Hart Gledhill, al contempo violenta, alienata ma tutto sommato dolce.

Un disco come questo riconcilia con la musica, mostra come rimanere sulla cresta dell’onda non significhi negar il proprio passato, come innovare non significhi cercar la gratuità di novità che non appartengono alla propria concezione musicale.
Qui si cerca al proprio interno la materia sonora giusta e la si trascende.
Alla faccia di chi dice che il punk è morto.

Scroll To Top