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Hungry Hearts: intervista a Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher

“Everybody has a hungry heart”, canta Bruce Springsteen. Un titolo quanto mai appropriato per il nuovo film di Saverio Costanzo, girato a New York, che parla di cuori affamati (letteralmente e metaforicamente), con protagonisti Alba Rohrwacher e l’astro nascente Adam Driver (il vincitore degli Emmy “Girls”, su HBO, e “Inside Llewyn Davis” dei Coen).

 

Secondo film italiano in concorso, “Hungry Hearts” convince e conferma il talento di Saverio Costanzo, forse il più internazionale dei nostri registi, altro che Sorrentino. Tratto dal romanzo di marco franzoso edito da Einaudi, “Il bambino indaco”, “Hungry Hearts” racconta una storia estremamente contemporanea, con una tematica-pretesto per certi versi inedita: una giovane coppia,  felice e solida, ha un figlio, ma lei è vegana e non lo nutre abbastanza, per cui il bambino non cresce. Da qui si passa alla tematica universale, trattata con una scrittura e una regia molto interessanti: l’incrinarsi dei rapporti tra persone che si amano e formano una famiglia.

 

Come si è approcciato al romanzo di Franzoso e in che modo ha riscritto i personaggi?

S. Costanzo: Ho cercato di raccontare la vita di tre personaggi senza giudicarli, con tenerezza, con dolcezza. Per me è stata una catarsi, un esercizio: riuscire a guardare me stesso con più amore e tenerezza. È stata questa la sensazione predominante quando ho finito di leggere il romanzo, e vorrei che lo spettatore guardando il mio film provasse lo stesso, e riuscisse così a liberare le proprie emozioni.

 

“Hungry Hearts” presenta dei temi in comune con “Le meraviglie”, come la famiglia e le tensioni all’interno di essa. Trova che i personaggi femminili che interpreta in questi due film siano simili?

A. Rohrwacher: Sono due figure di donna molto diverse. Entrambe provano un amore assoluto verso i figli, ma in Mina l’amore si trasforma in un’arma a doppio taglio. È un amore che finisce in ossessione, Mina agisce nel bene, ma finisce per fare del male. Quando ho letto la sceneggiatura ho capito che per me poteva essere un’esperienza molto forte. Ciò che rimane di Mina,  il tratto principale del suo personaggio, è un sentimento d’amore che diventa pericolo, ma credo che, nonostante alla fine siano gli altri a decidere per lei, ci sia una trasformazione.

 

Quant’è stato importante per lei l’esperienza dell’imprintment?

S. Costanzo: Moltissimo. Io ero un autoditatta e perciò molto anarchico. Poi sono andato a scuola e questo mi ha dato un imprintment, ho imparato come si scrive una storia, la tecnica, senza la quale non sarei riuscito a girare questo film. La cosa più importante che ho imparato da quest’esperienza è stata la spregiudicatezza: in una storia tutto può essere credibile, bisogna saperla raccontare.

 

Come mai ha scelto di girare a new York?

S. Costanzo: Perché quando scrivevo la storia non la riuscivo a immaginare in Italia, sia pure in una grande città. Ho vissuto a New York e conosco bene il senso di solitudine e isolamento che vive la protagonista.

 

In questo film sembra cambiare spesso genere, c’è una scena che vira decisamente sull’horror, è una scelta voluta?

S. Costanzo: Mi aspettavo questa domanda, ma non ho pensato ai generi, se non ad un certo approccio che Cassavetes aveva col cinema, quello di essere parte di un sistema, ma riuscire ad operare in modo da decostruirlo, dall’interno. Anche con Adam (Driver, ndr) avviamo scelto un approccio sentimentale, senza affidarci al citazionismo. Quello che si vede nel film è tutto istinto. Abbiamo provocato una situazione in cui tutto era istintivo: ad esempio la scelta delle inquadrature dall’alto, che possono essere accostate all’horror, possono sembrare citazionismo, e invece è stata improvvisazione. Qusto film per me è stato un esperimento anche nel modo di lavorare dentro e fuori dal set, cerco di chiedermi “cosa guardo? Sono al mio quarto film: sono ancora capace di istinto? So vedere quello che guardo?”. Anche in fase di sceneggiatura, non ci siamo chiesti nulla, non c’è stata intellettualità ma “verticalità”, ossia creare immagini che riflettano la natura dei sentimenti dei personaggi, e nel realizzarle questo determina uno spostamento del limite della realtà. Forse da questo deriva l’impressione di aver affrontato generi diversi, in realtà era il tentativo di mettere in forma il mondo dei personaggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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