Home > Recensioni > Hypnoskull: Operation Tough Guy!
  • Hypnoskull: Operation Tough Guy!

    Hypnoskull

    Loudvision:
    Lettori:

Nelle pastoie del suono industriale moderno

Introduzione: nel seguente articolo non troverete lodi sperticate alle vicende di casa Ant-zen e filiazioni varie quali Hymen & co. Nessun entusiasmo particolare per il sovraffollamento di matrice harsh rythmic industrial o cyber-noise “danzereccio”.
Svolgimento: il capitolo in questione del libro “Hypnoskull”, di cui l’autore più o meno unico è il signor Patrick Stevens, si segnala come un compendio di “nuovi” linguaggi acidi e urbani, un riassunto delle dinamiche moderne di matrice industriale e techno-logica. Il problema è che, benchè i movimenti della musica di Patrick abbiano assunto sfumature più interessanti e i suoi pezzi si siano contaminati con il circondario, andando a (ri)pescare tra la jungle più marcia, drum n’ bass, la musica industriale minimale, breakbeat di sapore industriale (convergendo su territori per certi versi simili a quelli breakcore di Venetian Snares) etc, i pezzi risultano irrimediabilmente più deboli, quasi spogliati del piglio “rivoluzionario” e d’impatto che dovrebbe essere loro proprio. La causa è forse da ricercarsi appunto in questa contaminazione, più o meno forzata, o forse solamente in una (speriamo momentanea) mancanza di ispirazione. Non che il disco sia brutto, intendiamoci, né per forza noioso (l’iniziale “And Here I Stay” è un capolavoro e interessante il metalinguismo di “What We Are What We Do”: “Breakbeats, Electronic, Death Music, Jungle, Lo-fi, Industrial, Techno…”, praticamente il riassunto del disco!), piuttosto pensiamo che sia anche arrivato il momento per una certa scena “d’avanguardia” industriale di guardarsi intorno, ma soprattutto dentro, per non arrivare ad una saturazione del genere che sembra sempre più vicina.

Scroll To Top