Home > Recensioni > Hypocrisy: The Arrival
  • Hypocrisy: The Arrival

    Hypocrisy

    Loudvision:
    Lettori:

Suoni dell’apocalisse

A quasi tre anni di distanza da “Catch 22″ tornano a farsi sentire i seminali deathster svedesi Hypocrisy. “The Arrival” chiarisce sin dalla copertina come l’ispirazione modernista che aveva caratterizzato il precedente lavoro sia ormai un pallido ricordo, e il nuovo album si ricollega in modo netto ed evidente alle release immediatamente precedenti, in particolare a “Hypocrisy”. Sono nuovamente gli alieni a popolare massicciamente le lyrics, e al recupero alle origini sul piano testuale si affianca il gradito ritorno di quelle atmosfere apocalittiche e malate che contraddistinguevano lo stile della band. Peter Tagtgren pare aver deciso di relegare le sperimentazioni e i ritmi più industriali al solo progetto Pain, riportando gli Hypocrisy ad un sound magari meno devastante sul piano del puro ritmo, ma senza dubbio molto più ricco di atmosfera e infinitamente più maestoso con il suo incedere da danza fatale. Tutto sembrerebbe far pensare a un gradito ritorno ai fasti creativi dei capolavori sfornati nella seconda metà degli anni ’90: questo è vero solo parzialmente e “The Arrival” rimane confinato nell’area degli album più che buoni, senza giungere però alla piena eccellenza. Al di là della brevità della release, piuttosto deludente se paragonata ad esempio alle 13 tracce di “Abducted”, va riscontrato come le composizioni non siano sempre all’altezza, e se quando i ritmi si fanno lenti e asfissianti il sound doomish della band si fa davvero esaltante, con le sue atmosfere da giudizio universale (peraltro esaltate dal solito superbo cantato massiccio e disperato di Peter, che passa con una facilità impressionante dal growl più energico allo screaming più lancinante), i brani più sostenuti sono leggermente prevedibili, e il fresco dinamismo che fece grandi album come “Hypocrisy” compare solo a intermittenza. Più precisamente, nonostante l’eccelsa costruzione delle atmosfere e la rinnovata ispirazione melodica (che ripaga abbondantemente della sostanziale mancanza di vere innovazioni nel sound), si sente non poco la mancanza dei brani più intricati e frenetici presenti sulle migliori release del passato. Brani come “Timewarp” o la violentissima “Killing Art”, uno dei capolavori della band, deviati e distruttivi, sono purtroppo assenti. Va aggiunto che la produzione dell’album, a cura ovviamente del mastermind (padrone degli storici Abyss Studios), pur garantendo buoni risultati – automatico, con Tagtgren in consolle – delude leggermente per quanto riguarda le ritmiche e in particolar modo la batteria, poco incisiva (ma il problema è legato anche alla scarsa verve di Lars Szoke, che non a caso verrà silurato a favore del ben più poderoso Horgh degli Immortal), coperta com’è dalle chitarre e da riverberi spesso invadenti. L’aggressività risulta giocoforza smorzata. L’ultimo appunto da fare riguarda invece il carattere puramente stilistico dell’album, che in fondo non propone nulla di veramente nuovo da un punto di vista strettamente musicale. Ciò potrebbe lasciare l’amaro in bocca a tutti quelli che avevano amato la svolta di “Catch 22″. Rimane però grande ed inappuntabile la classe che caratterizza song come la sibilante “Born Dead, Buried Alive” (seguita a ruota dalla groovy “Eraser”, singolo di punta), la demoniaca “The Abyss”, l’epica “Slave to the Parasites” (una sorta di “Fractured Millennium” del 2004), o la splendida, gotica e terminale “The Departure” (highlight dell’album), che riporta alla mente composizioni magnifiche quali “Apocalypse”, “Paradox” e in particolar modo “Until The End”. A conti fatti la qualità dei suddetti brani vale da sola l’acquisto dell’album, e si fa strada il pensiero che se al posto di alcuni filler (“Stillborn”) ci fossero state delle frustate di vero death isterico come ai vecchi tempi, ora staremmo qui a tessere le lodi di un nuovo capolavoro, felici di aver ritrovato quelle atmosfere tragiche accantonate purtroppo nella produzione più recente.

Scroll To Top