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  • Hypocrisy: Virus

    Hypocrisy

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Back to the roots

Cambio di lineup per una formazione che dalla dipartita del vecchio cantante Masse Broberg era rimasta stabile per dieci anni: fuori il batterista Lars Szoke, Peter Tagtgren arruola come conciapelli Horgh, giù dietro il drumset dei seminali blacksters Immortal. Casualmente, gli Hypocrisy danno alle stampe un disco violentissimo, venato di divagazioni squisitamente thrash, costellato di blast beat, veloce e tirato come non mai. Contrariamente a quanto accadeva nel precedente “The Arrival”, la melodia doomeggiante mutuata dalle esperienze di Tagtgren con i Pain viene messa in secondo piano, sommersa da un susseguirsi di riff schiacciasassi, tesi e nervosi, magari non molto originali (soprattutto tenendo in conto i precedenti lavori) ma indubbiamente incisivi. Il solismo chitarristico è forse la componente di rottura nei confronti della propria tradizione, che ora sostituisce in alcuni frangenti il fascino alieno con melodie che richiamano la Bay Area, mentre le ritmiche incedono martellanti con potenza e precisione. Su tutto, si erge la voce devastante del mastermind Peter, ormai inequivocabilmente il singer più versatile della scena estrema, capace di assalti growl, interminabili, viscerali, lancinanti esplosioni scream, quanto di parlati e voci melodiche che mai stonano nel brutale contesto. Assolutamente impressionante. Vien quasi da chiedersi da dove derivi tutto questo furore e come sia possibile che Tagtgren sia ancora così abile nel riversare furia cieca in strutture che tuttavia non scadono mai nel rumorismo fine a se stesso o nel puro straniamento black. Resta da dire che all’album mancano forse dei veri e propri hit, come furono “Roswell 47″ o “Apocalypse”, e che in fondo il rifferama non offre nulla di realmente nuovo rispetto a quanto già proposto dalle creature di Tagtgren – che ancora difetta un po’ nell’inventiva per quanto riguarda i testi. Virus rimane tuttavia una vera e propria frustata di vero death veemente e melodico (il gusto degli arrangiamenti mostra come al solito un’attenzione ai particolari, e all’uso delle tastiere soprattutto, assolutamente notevole), coagulo più che valido dei tratti stilistici di una band che propone un sound privo ormai di emuli nella scena mondiale.

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