Home > Zoom > I brasiliani vestiti alla cazzo

I brasiliani vestiti alla cazzo

A fine agosto del corrente anno uscì un disco importantissimo, ma che non riuscimmo a recensire in tempo: “La Liberación” dei Cansei De Ser Sexy.
Ne approfittiamo adesso, con qualche mese di ritardo- perdonateci – e qualche idea in più – abbiamo riflettuto a lungo, almeno.

I CSS nacquero a São Paulo nel 2003 e si fecero strada su MTV Flux (canale che presto scomparve) che trasmetteva il loro video non-sense “Let’s Make Love And Listen To Death From Above”. Otto anni dopo, con alle spalle un discreto successo e varie interviste rilasciate dalla cantante Lovefoxxx, il gruppo si manifesta con un album contenente undici canzoni in linea con il diktat passato.

Ad aprire le danze è “I Love You”, la quale parte con un sibilo di sintetizzatore sovrastato dal loop cantato a mo’ di batteria che si esaurisce. Il beat richiama l’elettronica mista alla new wave dei gloriosi anni Ottanta, con effetti futuristici nei punti di arresto. Liriche monotematiche – del resto si parla d’amore – e una pronuncia che perlomeno ci dice che il quintetto ha preso in mano la grammatica britannica prima di aprire bocca.
La seconda traccia è il singolo “Hits Me Like A Rock”, una droga sonora che si impossesserà delle vostre menti anche nel caso in cui voi siate dei cattivissimi blackster che sacrificano i cani del vicinato per celebrare le vittorie dell’Udinese. Il ritornello alterna la voce maschile di Adriano Cintra con quella femminile e quasi adolescenziale di Luísa. Come sottofondo basta una base sempliciotta e al contempo orecchiabile, causa di movimenti al di sotto delle anche.

In “City Grrrl” si abbandona l’atmosfera festaiola dei testi per addentrarsi nel sociale: si narra la storia di una ragazza un po’ stramba che non ha mai tentato di essere normale e che vorrebbe al contrario andare in giro come desidera, senza che ad alcuno freghi una sega. La situazione è aggravata dal fatto che il fratello parta per New York, una città dove lei pensa potrebbe esprimere liberamente il proprio ego.

Mentre una tromba da mariachi accompagna la ritmica synthpop, la canzone va in crescendo fino all’ultimo ritornello che sancisce la vittoria della ragazza, giunta negli States esattamente secondo i piani.

Si torna all’amore con “Echo Of Love”, il cui l’incipit di chitarra strizza l’occhio al debutto della band brasilera e introduce a una composizione armonica più tranquilla e spensierata. La quinta tappa, “You Could Have It All”, si accende con il pianoforte e il pestare di batteria e basso, prosegue con un sentore di roba trita giapponipponica (vedi: Polysics) e termina nella dance. Il significato continua a vertere sulle relazioni umane.

È “La Liberación” a dimostrare che sarebbe meglio se Lovefoxxx continuasse a cantare in spagnolo, che è in pratica l’unica lingua che sa bene oltre al portoghese; si tratta di un rockettino tendente al punk-noise per ravvivare le anime dei rivoluzionari all’ascolto. Niente di eclatante per essere il titolo dell’album.

L’inglese uscito dalla porta rientra dalla finestra con “Partners In Crime”, emblema dell’indie vecchio stile da cui stanno ben lontane le tastiere e i circuiti elettrici (fatta eccezione per i collegamenti agli amplificatori). Il basso segue una bella linea durante il ritornello, mentre il pianoforte riempie il ponte tra uno stacco e l’altro.

“Ruby Eyes” e “Rhythm To The Rebels” passano alquanto inosservate: la prima parla di erba e hippie sopra un sottile panno di cultura folk, la seconda riprende il tema della rivoluzione con un post-rock che non dice granché.

“Red Alert” ristabilisce l’equilibrio pop dentro cui viene buttato un sobrio rap sostenuto da forti fondamenta in percussioni e batteria elettronica.
A chiudere tutto sta “Fuck Everything”, un’altra canzone con riff catchy di chitarra ma con l’aggiunta di sax e “Bitch, please”.

Potremmo quindi assegnare complessivamente un 7 a questo ultimo LP, nella speranza che i cinque della samba vengano a trovarci più prima che poi.

Scroll To Top