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I Coen approdano al western

La piccola Mattie, appena quattordicenne, decide di vendicare la morte del padre e il furto del suo cavallo per mano di un uomo, Tom Chaney, fuggito dopo l’atto. Per avere giustizia si rivolge ad un maresciallo di frontiera, Cogburn, che la accompagni nella ricerca e nella cattura dell’assassino. A far loro compagnia arriva ben presto un ranger sulle tracce dello stesso uomo per l’omicidio di un senatore. I tre, nonostante le ritrosie reciproche, vivranno insieme un’avventura indimenticabile.

Il connubio Coen-Jeff Bridges ci aveva già regalato un film memorabile come “Il Grande Lebowski” e oggi, a 13 anni di distanza, i tre salgono nuovamente in sella ad un cavallo vincente con “Il Grinta“. La metafora non è casuale visto che finalmente i due fratelli prodigio hanno deciso di dare ampio sfogo a quella che appariva già da tempo come una particolare “fissa” per il western, a partire dello stesso “Lebowski” (soprattutto nel personaggio che narrava le vicende del Drugo e dei suoi amici) fino a “Non È Un Paese Per Vecchi”, che però abbracciava solo in maniera marginale i topoi e gli elementi fondamentali del genere: corse sui cavalli, immense vallate, duelli polverosi, sfide e sparatorie, lotte per l’onore, l’amicizia e la virtù, vendette e redenzioni che invece sono ampiamente presenti in “Il Grinta”, uno splendido film dal grande respiro narrativo e dalla bellissima confezione formale.

Un’opera sulla salvezza delle proprie anime, ma anche sull’affermazione del proprio valore e sulla marginalità degli esseri umani, lasciati a se stessi e in balia della vita che scorre: tutti i personaggi di contorno risultano ottimamente inseriti nella narrazione e perfetti per esprimere questa condizione umana alla quale difficilmente si riesce a sfuggire, se non dotandosi di quelle qualità dimostrate con forza dai tre protagonisti principali. Ecco che allora c’è chi vende cadaveri, chi uccide senza neanche rendersi conto dei propri gesti, chi si dà al crimine perché non c’è altro che sappia fare.

“Il Grinta” è un’appassionante, meravigliosa avventura: tratta dal romanzo di Charles Portis (al quale si ispirò anche il film del 1969 che procurò a John Wayne il suo unico premio Oscar), si tinge di momenti magici grazie alla mano esperta dei due fratelli, ma soprattutto alla meravigliosa fotografia di Roger Deakins che riesce ad incantare lo spettatore e a coinvolgerlo totalmente all’interno di una serie di sequenze dall’altissimo impatto emotivo e visivo, come la prima apparizione di Cogburn, in penombra al centro di un’aula di tribunale dove sta rendendo conto di alcuni omicidi compiuti comunque nel nome della legge o la lunga corsa notturna dell’uomo soprannominato il Grinta, che cerca disperatamente di portare in salvo Mattie.

In questo faticoso, difficoltoso e pericoloso viaggio tra l’Arkansas e il Texas i Coen non ci risparmiano la loro consueta ironia, né tantomeno il loro biglietto da visita, lo scoppio improvviso e inaspettato di una violenza inaudita, come nella sequenza ambientata nella cascina.
“Il Grinta” verrà ricordato come uno dei migliori lavori dei Coen e come una pellicola in grado di essere profondamente moderna e attuale, nonostante la sua anima “antica” e solo apparentemente sorpassata. Del resto è la stessa Mattie alla fine del film, divenuta adulta, a rappresentare tale idea: il “vecchio” è ormai andato, ma la sua azione ha fatto sì che il “nuovo” possa esistere, nonostante il tempo ci sfugga inesorabilmente di mano.

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